La vendemmia.

Post Ivana Fiordigigli.

Franco Dino Lalli ricorda che non troppo tempo fa, tra settembre ed ottobre, anche in un paese di montagna come Assergi, ci si dedicava alla vendemmia ed a riportare nelle cantine l'uva per la pigiatura con l'aiuto degli animali da soma e le bigonce. Per rendere l'idea ci propone un quadro splendido, ricco di colori e di vita, di una zona sicuramente più ricca e lussureggiante della nostra. Ma seguiamo il suo discorso di presentazione del quadro e di introduzione al testo di Giancaterino Gualtieri. 




Annunziata Scipione, La vendemmia, 1981, olio su tela, 70 x 100



Quello che ci propone la pittrice è un affresco denso di gioia che rappresenta il culmine di un ciclo di lavoro annuale colmo di apprensione e di fatica: il dono dell’uva che rallegra il cuore e vivifica il corpo. Sembra un sogno ad occhi aperti; con un alone di meraviglia i personaggi, gli elementi naturali, gli animali contribuiscono a rendere sognante un momento così reale, così atteso e sperato. I grappoli d’uva che pendono da tutte le parti in quei tralci che s’innalzano verso il cielo, con il loro vivido colore, risaltano come doni straordinari; i viticci che cadono a terra con vari grappoli, su un fondo terrigno che all’orizzonte si colora di colori caldi, mentre il cielo appare nella sua purezza, ci offrono la consistente presenza della terra, madre della fatica di un tempo ormai quasi irreale. Sulla sinistra la tenerezza di una nonna che tiene in braccio il nipote a proteggerlo ma anche a farlo protagonista di un evento così importante. Una ragazzina addenta golosamente un grappolo d’uva mentre il cane l’osserva come se aspettasse un po’ anche per sé; un gatto si arrampica sui tralci felice di un’attività diversa dall’abitudinario. Un anziano contadino dà una pigiata ai grappoli nelle bigonce per accogliere la grande quantità che gli viene portata. Due ragazzi arrampicati sulla scala danno una mano alla raccolta, felici del loro ruolo. A terra, accanto alla donna che, con una grazia contenuta, svuota i grappoli dalla sua cesta nel cestone più grande, un boccale che serve per dissetare l’arsura per il lavoro.

Questi elementi, così veri e anche così sognanti, contribuiscono ad illustrarci in maniera poetica il rito della vendemmia e ad offrirci il dono cromatico della sua realtà.


I testi che vogliamo proporre sono tratti dal libro di Gian Caterino Gualtieri “Calendario, l’anno agrario, civile e religioso” che testimonia la vita contadina di ogni giorno in tempi ormai trascorsi nella realtà del suo paese San Benedetto in Perillis. Il libro è un prezioso contributo alla conoscenza della tradizione contadina nei momenti importanti del ciclo dell’anno.

Ci illustra, con sapiente dovizia, con dettagli precisi e con un linguaggio tecnico molto appropriato, la vendemmia, la pigiatura dell’uva, la torchiatura e il riutilizzo delle vinacce ottenute nelle modalità, nei ritmi e nelle attese del lavoro e dell’esperienza di uomini e donne che ne erano i protagonisti. La realtà descritta non si diversifica molto da quella del nostro paese che viveva questi momenti con la stessa intensità e la stessa partecipazione in un contesto di socialità e di reciproco aiuto con alla base di tutto una capacità basata sulla manualità e sull’esperienza tramandata da generazioni in generazioni.



LA VENDEMMIA

di Giancaterino Gualtieri


La vendemmia è prossima e bisogna preparare la cantina e gli attrezzi.

Arriva ottobre e l'uva fa maturare,

i cani e i poverelli vanno a ingrassare.


La fame, infatti, è una costante nel mondo contadino e soddisfare il bisogno di cibo è il primo pensiero, perciò per un mese di abbondanza come ottobre, le uve dorate o nereggianti rappresentano un lauto pasto per tutti. Anche i più poveri possono attingere abbondantemente a questa dolce risorsa, in genere di straforo e di notte per non essere visti: La prima operazione da fare in cantina è lavare le botti e ricompattare le doghe: Infatti il legno delle botti e botticelle vuote da tempo asciugandosi si è ritirato e si possono creare delle fessure fra le doghe.

Perciò le botti, soprattutto quelle più piccole e maneggevoli, vengono portate fuori dalla cantina. Con l'aiuto di un pezzo di ferro piatto in cima, in modo che possa poggiare sui sottili cerchi, ad uno ad uno i cerchi di ferro che tengono unite le doghe vengono serrati a martellate. Le botti vengono riempite d'acqua in modo da eliminare i cattivi odori e sapori, migliorare il distacco del tartaro di potassio e restituire il compattamento delle doghe. Anche le bigonce vengono riempite d'acqua per compattarle, in modo che neppure una goccia di mosto vada persa nel trasporto delle uve dalla vigna alla cantina.

Dopo svariati giorni di cura le botte vengono svuotate, lavate e raschiate internamente, ma solo se il cocchiume, ossia il foro di riempimento, posto sulla sommità è stato allargato ed è stata praticata un'apertura rettangolare di circa 25 x 15 cm, a pareti svasate verso l'esterno, chiudibile con una porticina delle stesse dimensioni ma con le pareti svasate verso l'interno.

Nel frattempo, si cerca di lavare la vasca e il pozzo di raccolta con qualche conca di preziosa acqua: Almeno così si leva un po’ di polvere, lo sporco, insetti morti e vivi e soprattutto le limacce che amano stazionare nei luoghi umidi e bui.

Tutte le persone valide della famiglia di mattina presto sono pronte per recarsi alla vigna: Si caricano le bigonce ai lati del basto dell'asino, usando le due funicelle di ogni lato del basto, l'una preparata a cappio e l'altra preparata con un grosso nodo in cima. Si appoggia la bigoncia alle costole del lato del basto e si fa passare il nodo dentro il cappio in modo che si restituisca la continuità di un cappio del diametro della bigoncia. La bigoncia porta poco al di sopra della metà della sua altezza una tavoletta piuttosto spessa che va quindi ad appoggiare sulle funicelle e fa sì che la bigoncia non possa scivolare verso il basso.

Si caricano dentro le bigonce due o più cesti di vimini svasati e a due manici. Ogni famiglia ne ha almeno quattro o cinque, intrecciati sapientemente da qualche componente della famiglia con sarmenti lianosi di vitalba per il fondo e giovani polloni di ulivo o di nocciolo per le pareti e i manici. Servono un po’ a tutto, per raccogliere le patate sui campi quando si cavano “a luna calante” alla mancanza ad agosto, per la raccolta del mais, nella vendemmia, per spietrare i terreni e come contenitori generici.

Ognuno si è munito di forbici da potare o di coltelli a serramanico a “serpetta” o anche delle normali forbici di casa per tagliare i grappoli. Arrivati alla vigna si scaricano le bigonce in cima ai filari della vigna, semplicemente sganciandole dalle funicelle. Ogni cesto serve due persone che si posizionano ai due lati del filare.

I grappoli turgidi o spargoli, staccati con un colpo netto, vengono depositati nel cesto: Si taglia tutto anche i grappoli non ben maturi, rovinati o attaccati dalla muffa. Di vino ne serve tanto e nessuno pensa alla qualità, ma alla quantità. Si guarda fra i tralci affastellati per non lasciare neppure un piccolo grappolo. Comunque, c'è sempre qualche gruppetto di ragazzi speranzosi che battono le vigne alla ricerca di qualche grappoletto sfuggito agli occhi acuti dei vendemmiatori. Che soddisfazione da cercatori di tesori addentare quel grappolo trovato nascosto!

Quando il cesto è pieno le due persone lo vanno a scaricare nelle bigonce: I grappoli più belli e sani vengono scelti, separati e lasciati lungo il filare: Con cura verranno raccolti alla fine del lavoro sulla vigna e trasportati con i cesti a casa dalle donne, bellamente in bilico sulla testa sul cercine fatto con il fazzoletto da testa o con la salvietta. È l'uva che verrà messa ad appassire per il fabbisogno familiare autunnale ed invernale, appesa alle pertiche dei fondaci o più frequentemente delle camere da letto.

È così comune questa pratica, dettata dal bisogno di avere disponibilità di cibo fresco per l'inverno, che spesso il tema dell'uva appesa nelle camere da letto torna nella letteratura popolare amorosa ed erotica, come serenate o incanate…

Ci si immagina che quell'uva come un occhio segreto veda l'amata/o nei suoi momenti di intimità.

È compito del capofamiglia invece tagliare dei lunghi tralci con uno o più grappoli. Ne vengono legati insieme quattro o cinque a mazzo, nella parte alta senza grappoli e ne viene fuori una specie di grosso batuffolo o pigna d'uva (l’appòsa)ed è il premio atteso e sperato da tutti i bambini che se lo guarderanno ogni sera con gioia e desiderio, appeso alla pertica nella camera dei genitori in cui loro dormono.

Ognuno ha la sua “appòsa”, gioiosamente custodita e protetta dalle voglie e ruberie di fratelli e sorelle e non si aspetta altro che la mamma di tanto in tanto stacchi un grappolo di uva passa e lo dia come premio o meglio come tesoro. Così lo vedono i bambini.

Povere mamme di tanti anni fa! Quel grappolo d'uva è spesso tutto quello che di extra possono dare ai figli, loro che tutto avrebbero voluto dare in un atto d'amore e che spesso sono mortificate anche in questi piccoli gesti di affetto esplicito da mariti padroni, da padri padroni, da suoceri padroni, da cognati padroni che lesinano anche su quel grappolo d’uva messo da parte per i figli. Il bisogno è una brutta bestia e non lascia spazio a volte neppure ai sentimenti.

Quando le bigonce sono piene uno dei raccoglitori torna alla cantina a scaricare, mentre gli altri continuano la vendemmia.

Per non fare troppi viaggi e anche per non avere tempi morti, perché un cesto si riempie rapidamente di grappoli, specie quando si incontrano le viti di uva bianca a grossi grappoli, come il “cagiuolo”, ci si è premuniti facendosi prestare uno più asini dai vicini, con relative bigonce (ogni famiglia ne deve avere almeno due). Il favore viene ricambiato nello stesso giorno o nei giorni immediatamente seguenti.

Lungo la via o nelle vie del paese è usanza invitare chi si incontra a favorire. È più un invito simbolico che altro tanto tutti in quei giorni stanno vendemmiando e quasi nessuno approfitta dell'invito. Ma va rivolto quell'invito e in paese vengono additati come spilorci e cotiche coloro che passano a testa bassa senza guardare in faccia nessuno e senza far motto.

O ancora peggio coloro che coprono le bigonce, segno inequivocabile di volontà di non dare niente a nessuno. In paese le cose si risanno e la nomea rimane per generazioni e, quando si tratterà di apparentarsi con quelle famiglie, chi può ci penserà perché come dice il proverbio:

Cani, cavalli, cristiani (uomini) ne vengono di razza.

Aiutati da qualcuno della famiglia in genere i vecchi non più abili a lavorare in campagna o le donne di casa, le bigonce vengono scaricate e le uve versate nella vasca.

Poiché però molte cantine sono sotto il piano stradale vi è in alcune di esse una finestrella a livello stradale da cui l'uva viene fatta precipitare nella vasca. Tanto l'uva che si schiaccia è risparmiata per i piedi del pigiatore o dei pigiato
ri.


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