IL CICLO DELLA VITA di Franco Dino Lalli



IL CICLO DELLA VITA
di Franco Dino Lalli


Dopo la fatica estiva e il sacrificio del grano, dopo quello dell'uva e degli altri frutti, arrivavano le nebbie e le piogge di novembre, anticipatrici del freddo invernale e del gelo. Con ritmi cadenzati, le lacrime della terra scandivano il riposo vegetativo e gli ultimi sacrifici: la raccolta delle foglie, dei rami e delle piante abbattute per il focolare, l'aratura e la semina con il suo carico di speranza e di trepidazione che ciò comportava.





Si preparava così la vita al lungo sonno invernale fatto di attese e di silenzi, d'intimità domestiche e di riposi.

Il riposo vegetativo, come quasi una sorta di preannunzio, era anticipato dai giorni del ricordo e della pietà. Giungeva, cioè, il periodo dei morti e i giorni ad essi dedicati.

Il ricordo e la presenza dei defunti erano vissuti quasi quotidianamente (e sarebbe importante indagarne le forme e i contenuti) nella cultura contadina, ma, nei primi giorni di novembre, le forme di culto assumevano contenuti collettivi e più diretti. Il luogo del riposo eterno, il cimitero, diveniva, in quei giorni, il punto di riferimento nel quale si ritrovava un contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti. E se questo rapporto era mediato da consuetudini e ritualità legate alla religiosità ufficiale, esso si esprimeva anche sotto forme di riti e tradizioni legate direttamente al modo di pensare e alle forme dell'agire agro-pastorale. Il recarsi nel cimitero con la zappa, dare forme e aspetti nuovi alle varie tombe, rivestirle di un aspetto rigoglioso e florido, come un campo arato e pieno di fiori, faceva sicuramente riferimento a quello che era l'aspetto tradizionale dell'uomo contadino di concepire la sua vita.

Era dunque un modo diretto di esplicare ancora una volta l'unità della vita tradizionale a quella trascendentale, uniformare e basare ogni esperienza, anche quella così triste e dolorosa come la morte, alla vita naturale, legata a consuetudini di crescita e raccolto.

È questo un nesso inscindibile nella vita agro-pastorale: i rapporti economici e tutti quelli che da esso conseguivano erano basati sui rapporti che l'uomo aveva con la terra. Tutto ad essa riconduceva e in essa quasi tutto era esplicato. Il rapporto vita-morte, l'esserci e il non esserci, era in stretto contatto con ciò che concerne il mondo naturale e si concretizzava con quello che era il lavoro e le manifestazioni della natura. Il ciclo dell'anno era basato sul rapporto uomo-natura, sulla terra e sulla forza produttiva di essa e sugli sforzi che l'uomo doveva compiere per avere un buon raccolto e quindi preservare dal male il suo campo e così la sua vita.

Pertanto, il nesso principale nell'esperienza della morte non era solo basato sul dolore e sulla perdita della persona cara, ma era legato all'avvicendarsi della scomparsa e dei ritorni naturali, cioè la scomparsa e il ritorno delle piante coltivate. Le vicende naturali, dall'aratura al raccolto, dipendevano da potenze che sfuggivano al controllo dell'uomo, ma potevano ed erano basate su lavori ed ordini che dipendevano anche dall'uomo. Ed era, in particolare, al momento del raccolto che l'uomo poteva anche rendersi conto che egli aveva il destino di dispensatore di morte, con un valore ben preciso. II raccolto era la fine di un periodo e lasciava un vuoto, un vuoto che idealmente l'uomo cercava di colmare anche con la stessa forza della speranza e della trepidazione. Problematicamente l'uomo si poneva dunque davanti alla consapevolezza di essere stato lui stesso dispensatore di morte ed insieme a questa consapevolezza di una regola umana di morte, unisce un'altra legata ad aspetti che vanno al di là del tangibile, del concreto e che fanno apparire il periodo del vuoto vegetale e del riposo vegetativo come un periodo di transizione, ma anche un periodo incerto a livello culturale, oltre che economico, nel senso di mancanza di attività specifiche.

In ultimo, ma non per importanza, voglio ricordare, a testimoniare meglio il rapporto culturale e rituale con il mondo dei morti, una consuetudine dei tempi passati. All'uscita del cimitero si ripeteva, oltre la soglia, dopo la visita frequente alle tombe dei propri cari, un'invocazione che era accompagnata dal movimento circolare della mano a significare un abbraccio simbolico con tutti i defunti: 

Buonasera a tutti quanti / buonasera riposanti, / riposanti in compagnia, / sia lodato Gesù e Maria.

La soglia del cimitero, la cancellata che lo delimitava era il "margine" tra la vita ultraterrena e la vita quotidiana e quest'invocazione era, nelle modalità dell'augurio di un buon riposo, la formula beneaugurante per esorcizzare la stessa morte, lasciarsi dietro le spalle il carico dei ricordi e di dolore ed assicurarsi una completa e prospera reintegrazione nella vita quotidiana. Con l'aiuto del conforto e della protezione delle "anime" e delle "presenze" dei defunti, i quali si pensava e si voleva che vegliassero sulla vita di ognuno, in ogni momento.

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