Congregazione dei Celestini e transumanza di fine Duecento

Post ivana Fiordigigli


L’importanza della transumanza nella vicenda di fatti e uomini della Congregazione dei Celestini nella storia aquilana e abruzzese di fine Duecento.

di Giancaterino Gualtieri



Con la ricostituzione di un regno stabile, normanno prima e svevo dopo, che si spinge dall’Abruzzo fino alla Puglia ed oltre, nell’Italia meridionale pacificata e resa di nuovo sicura, riprende vigorosa la pratica della transumanza dai freddi monti dell’Abruzzo alla calde e sterminate pianure del tavoliere pugliese. Solo un potere forte ed unificante, che desse sicurezza agli uomini e alle greggi del ritorno ai luoghi natii, poteva far rinascere una pratica millenaria che si era interrotta con la disgregazione del mondo romano e con le tristi vicende delle invasioni barbariche e dell’alto medioevo.

E le greggi numerose sono ricchezza. Il possesso del bestiame, minuto e grosso, costituisce la ricchezza dei territori dove una stentata agricoltura può bastare solo ad una economia di sussistenza.

Tanto bestiame = tanta ricchezza. (Non per niente il termine pecunia viene dal latino pecus = bestiame.)

Ma il bestiame, accresciuto di anno in anno dalla pratica della transumanza ormai pienamente utilizzata (e la conseguente ricchezza), è appannaggio dei baroni e dei grandi e piccoli feudatari che si spartiscono il territorio. E questo alla classe mercantile, che va faticosamente crescendo e si va organizzando nella nostra zona, non porta frutto e ricchezza. Bisogna quindi svincolarsi dall’interessato controllo dei baroni e dalla loro rapina di risorse del territorio. 

Bisogna fondare una nuova città, dove vivere liberi, così scrive Buccio da Ranallo, liberi soprattutto di diventare ricchi.

E la città viene fondata perché la ricchezza fa gola a tutti, al Papa che dopo un no deciso capisce che invece ne può trarre notevoli benefici e agli imperatori che potranno tirarne soldi dalle imposizioni della tassazioni. La chiameranno Aquila, forse anche in onore agli Svevi; è ricca di acqua buona per l’arte della lana e i ricchi pascoli del Gran Sasso non aspettano che numerose greggi per la loro erba grassa.

E tutti i nuovi cittadini si buttano a capofitto nell’impresa allevamento ovino = ricchezza, anche i figli spirituali di Pietro dal Morrone, che ha capito che deve portare ad Aquila la sua Congregazione a farla grande e ricca, lui che era partito con i “Pauperes eremiti” e adesso ha dovuto (?) fondare una Congregazione nel seno del vecchio ordine Benedettino che sta languendo molto.

E così succede che anche il suo “… monachesimo viene trascinato dalle correnti della vita materiale quale era, alle forme e alle esigenze di questa, al punto da subirla e da esserne nella sua stessa essenza trasformato… in perfetta armonia con l'economia del tempo." (1)

E così i monaci celestini diventano massari ed allevatori e… ricchi. E possono comprare ad Aquila il terreno dove costruire, anno dopo anno, la loro meravigliosa chiesa e il monastero (e aveva ben ragione il compianto Alessandro Clementi quando diceva che le chiese aquilane sanno di pecora).

Nel tempo i monasteri celestini vengono accumulando molte ricchezze e le cause sono molte: politiche, morali, religiose, economiche. Politiche, perché vi è una stretta collaborazione fra i monasteri e le case regnanti e di norma anche con i centri di potere locali (duchi, marchesi, conti, visconti, baroni), collaborazione che viene ricompensata con ricche donazioni e privilegi. Morali e religiose, perché in quelle generazioni è prevalente il sentimento mistico. 

Ma non bisogna dimenticare neanche le cause economiche, facilitate dalla semplicità dei bisogni di allora, per cui si ha una accumulazione di capitale sociale, da cui possono attingere tutti coloro che partecipano e portano un lavoro utile e produttivo. (1)

Ma i celestini allevatori e massari, come gli altri armentari aquilani, hanno un problema, e grave, alla fine del Duecento. Hanno bisogno di transumare e transumare costa, oltre che per l’esoso pedaggio (2) nello spostamento dai territori delle montagne aquilane alle pianure pugliesi, anche per il costo del fitto dell’erbaggio una volta in loco (e altri costi legati alla sussistenza del materiale umano presso il gregge).


(1) G. SALVIOLI, Il monachesimo occidentale e la sua storia economica, Roma, 1911, p. 6.

(2) Pedaggio = [Derivato da pes-pedis, ”piede”, propr. “tassa per chi mette il piede passando per un certo 

      luogo]. Antico tributo dovuto in correspettivo del diritto di passaggio per le persone, per il bestiame

      ed anche per le merci. Allora era una tassa odiosa a discrezione di signori e Comuni. Oggi purtroppo

      il pedaggio autostradale è una tassa odiosa nelle mani e a discrezione di società e gruppi privati.


Ed ecco a fine Duecento la grande occasione per i Celestini e le loro greggi per liberarsi di questi enormi costi. Il vecchio Pietro il 5 luglio 1294 viene fatto papa. E da quel momento tutto per i Celestini cambia. Ogni autorità, prima di tutto il Re di Napoli, si sente ben disposto verso i figli spirituali del Papa.

In realtà Re Carlo II ha già da qualche tempo messo gli occhi su Pietro da Morrone, da tutti conosciuto e stimato santo e, visto che la sede papale è vacante ormai da quasi tre anni perché i cardinali non riescono per beghe private a mettersi d’accordo, forse forse sta già pensando di forzare la mano ai cardinali per l’elezione al trono del santo uomo Pietro (trono meglio che soglio, visto la laicità del potere papale). Cosa che poi Re Carlo II puntualmente farà.

E ne è la spia l’atto di benevolenza (1) (in realtà una richiesta di benevolenza al futuro Papa) con cui già il 14 gennaio 1294, “… contemplatione viri religiosi et honesti fratris Petri de Murrono…”, cioè pensando ai meriti del religioso e onesto uomo Fra Pietro, fa presente  agli  ufficiali del regno, nessuno escluso, che concede al monastero di S. Spirito del Morrone, della Congregazione di Fra Pietro, e agli altri loca (da intendersi monasteri o dipendenze) della stessa Congregazione ubicati nel Regno di Sicilia che i frati e gli addetti della Congregazione ordine possono portare pecore, buoi e vacche del detto monastero e degli altri monasteri dentro il territorio del regno o portarli fuori nei loro monasteri situati fuori del regno senza la gabella del pedaggio o di altri diritti … che sarebbero dovuti alla Corte.

Ordina inoltre ai “… capitanei seu custodes passuum dicti…” cioè agli ufficiali addetti e ai custodi dei passi del regno (dove si pagava il pedaggio e la dogana) di impedire ogni molestia nei confronti degli animali appartenenti ai monasteri della detta Congregazione durante la transumanza all’interno del regno o anche per l’uscita dal regno. 

E una volta che Pietro, dietro suo pesante suggerimento è stato fatto Papa, con altri atti del 20 settembre, (2) dell’ottobre (3) e novembre (4) Carlo II, su chiaro suggerimento dei vertici celestini sponsorizzati a dir poco dal Cardinale Fra Tommaso (che fra poco incontreremo), agisce esattamente in questa direzione: favorire in ogni modo la transumanza delle greggi del Monastero di S. Spirito di Sulmona, che è diventata la casa madre della Congregazione, e degli altri monasteri celestini. 

E’ interessante conoscere che i Celestini, oltre alla tradizionale transumanza delle greggi di pecore, avevano anche forti interessi nell’allevamento e nella transumanza di mandrie di cavalli, buoi e vacche (come si vede bene anche nel testamento di Fra Tommaso).


(1) 1294 gennaio 15, Aix-en-Provence. Carlo II “… secretis, magistris procuratoribus, capitaneis seu 

      custodibus passuum, baiulis, dohaneriis, fundicariis, plateariis, passageriis, cabellotis seu 

      credenceriis ceterisque officialibus per partes regni Sicilie constitutis, contemplatione viri religiosi 

      et honesti fratris Petri de Murrono…” concede al monastero di S. Spirito del Morrone, della 

     Congregazione di Fra Pietro, e agli altri loca della Congregazione ubicati nel regno di Sicilia che “… fratres 

      et ministri eiusdem ordinis oves, boves et vaccas proprios dicti monasterii seu aliorum locorum eius infra 

     regnum  predictum ducere valeant ac de regno ipso extrahere ducendos ad loca eorum extra idem regnum 

     existentia libere a solucione passagii ac  cuiuscumque alterius iuris, quod proinde … curie debetur… 

      L. ZANOTTI, Digestum, II. 2, pag. 381-382 («ex proprio originali existenti in archivio venerabilis 

      abbatiae  Sancti Spiritus de Sulmone»).

(2) 1294 settembre 20, L’Aquila. Carlo II concede ai “… fratres monasteriorum sancti Benedicti sub 

      institutis sanctissimi patris et domini …, domini Celestini, Sacrosancte Romane Ecclesie summi 

      pontificis, dudum fratris Petri de Murrone vocati… ” che i loro animali possano pascolare e 

      abbeverarsi ovunque nel regno di Sicilia; concede inoltre agli abati e alle comunità dei monasteri, 

     delle grange e dei luoghi predetti la facoltà di fare legna liberamente nei boschi demaniali. 

      L. ZANOTTI, Archivia, VI.1, p. 224.

(3) L. ZANOTTI, Digestum... cit., tomo I, parte I, ad indicem, pag. 4v, pag. 17 della ristampa anastatica:

     9 octobris. Caroli II. Regis prohibitio ne pro transitu Ovium, vaccarum, et Animalia monasterij 

    dicti Ordinis vel extutione a regno, aliquid a Passagenijs, vel Officialibus exigatur.

(4) L. ZANOTTI, Digestum... cit., tomo I, parte I, ad indicem, pag. 4r, pag. 17 della ristampa anastatica.

    20 novembris. Caroli II. Regis Indultum quod Animalia Monasterij et Locorum Ordinis ubique 

     per Regnum pascua sumere valeant absque solutione fide herbatici.



Risolto il problema del pedaggio e della dogana rimane comunque per i Celestini l’oneroso problema del costo dell’affitto degli erbaggi e del mantenimento di pastori a guida delle greggi in Puglia.

E qui la Fortuna (con la F maiuscola) o il favore del Cielo risolve loro il problema.

All’inizio del tavoliere pugliese, vicino Lucera vi è il grande e ricchissimo monastero benedettino di S. Giovanni in Piano. Ricchissimo anche di enormi estensioni di terreni e pascoli. 

E in quel momento ne è abbate commendatario l’aquilano Fra Tommaso dei baroni di Ocre. (1)

Ed è lui che dal suo monastero, anzi dalla sua masseria di S. Giovanni in Piano (come dichiara nel suo testamento) che fa parte della mensa dell’abbate, manda ad Aquila cento buoi e vacche, animali da macellare per alimentare la curia papale e la corte angioina nei giorni in cui Pietro da Morrone, ormai Papa, rimane ad Aquila prima di partire per Napoli. (2)

I suoi fratelli, i baroni di Ocre Rainaldo e Pietro e alcuni suoi nipoti (maschi e femmine) più piccoli feudatari in zona, sicuramente vivono anche e soprattutto dei proventi della transumanza.

Non si sa se Pietro da Morrone conoscesse già Fra Tommaso. Forse l’aveva conosciuto proprio nel periodo in cui era stato lui, Pietro, per qualche tempo abbate commendatario di S. Giovanni in Piano.

E neppure si sa se Fra Tommaso fosse all’epoca un celestino o un benedettino, visto che l’istituto della commenda permetteva che il commendatario potesse essere di altro Ordine e/o Congregazione. 

Fatto sta che, nel primo (e forse unico concistoro) Celestino V eleva fra Tommaso alla dignità di Cardinale Prete del titolo di S. Cecilia nelle “tempora” di settembre, forse il 18 settembre.

Ma il 15 settembre (3 giorni prima della nomina dei nuovi cardinali), evidentemente già pilotato da Fra Tommaso che è all’Aquila presso la Curia Papale ed è già a consigliare Celestino, Celestino costringe (?) lo scaltro Arcivescovo di Benevento a rinunciare ad ogni diritto e giurisdizione sul monastero di S. Giovanni in Piano che, da prima del 1214 (3), era stato dato dalla Sede Apostolica in

commenda all'Arcidiocesi di Benevento [il Telera (4) vuol far credere che l’Arcivescovo cede e rinuncia liberamente al ricco monastero per l’impegno -la lodevole sollecitudine- e la fama di Fra Tommaso, abate del monastero. In realtà il Castroceli, scaltro e assetato di potere, fa “il bel gesto” 


(1)  In genere venivano affidate in commenda abbazie e priorati solo per motivi di riforma, se vacanti o se si

trovavano temporaneamente senza un superiore e allora la commenda era temporanea, fino a che non veniva eletto o nominato un nuovo superiore. Di norma il commendatario era colui che percepiva i redditi dell’abbazia o del priorato. 

      Nella formula giuridico-economico della commenda i poteri di un commendatario erano differenziati: se 

      nel monastero i redditi erano separati e l’abate (o il preposito) aveva una sua “mensa” personale (la mensa 

      abbatialis nel caso dell’abate), da cui attingere per i suoi bisogni e l’insieme dei frati (il conventus) aveva 

      beni propri per i bisogni della comunità, l’abate (o il preposito commendatario) doveva essere un 

      ecclesiastico e aveva giurisdizione solo in foro externo, ma godeva di tutti i privilegi di essere la carica più 

      alta del monastero e quindi se il convento aveva un suo superiore  questo era soggetto al commendatario.

      Se invece non esistevano redditi separati, il potere del commendatario si esplicitava solamente sugli affari  

      temporali del convento. 

(2)  1294 settembre 13, L’Aquila. Carlo II ordina “… passagerijs vel statutis super custodia passuum in 

      Capitanata et Aprutio di lasciare transitare liberamente centum inter boves et baccas …” del monastero 

      di S. Giovanni in Piano condotti dai familiari o nunzi del camerario del papa all’Aquila e destinati “… ad    

      coquinam eiusdem domini summi pontificis.”  L. ZANOTTI, Archivia VI, 1.

(3) L. ZANOTTI, Digestum... cit., tomo I, parte I, ad indicem, pag. 4v, pag. 16 della ristampa anastatica, dal 

    titolo: 1294. 15 septembris. Archiepiscopi Beneventani Renunciatio omnis iuris et iurisditionis Monasterij

    Sancti Joannis in Plano, olim a Sede Apostolica Beneventanis Archiepiscopis ad reformandum 

    Comendati, cum a Fratribus dicti Ordinis sit reformatum

(4) Celestino Telera, abate celestino del monastero di Collemaggio (è sepolto insieme ad altri abati nel 

     pavimento della navatella di destra della Basilica di S. Maria di Collemaggio), storico della Congregazione   

    Celestina: Historie Sagre degli huomini illustri per santità della Congregazione dei Celestini dell'Ordine 

    di S. Benedetto, raccolte e descritte da D. Celestino Telera di Manfredonia, Diffinitore & Abate Celestino

    in Bologna per Giacomo Monti, MDCXLVIII (e in edizione ampliata a Napoli nel 1689)

per conquistare la fiducia di Celestino.]


A compenso della decurtazione canonica del monastero l'arcivescovo di Benevento, il benedettino Giovanni (Di/Da) Castroceli, uomo di fiducia di Carlo II, viene tacitato facendolo fare da Carlo II vicecancelliere del Regno, [in sostituzione di Jean Lemoine (Giovanni Monaco), opportunamente nominato pure lui cardinale il 18 settembre 1294 ] e nominandolo subito dopo, in un concistoro ad hoc (in realtà pare a cena a Teano) nell’ottobre 1294, Cardinale e vicecancelliere di S. Romana Chiesa, nonostante il Castroceli avesse subito un processo davanti alla curia papale al tempo di Niccolò IV e nonostante l’opposizione di alcuni cardinali, sconcertati dalla procedura non canonica e scandalosa utilizzata e regolarizzata solo in un secondo tempo a Napoli. 

E Celestino (e Fra Tommaso) per venire incontro ai “desiderata” dei suoi frati, visto che il Castroceli ha rinunciato di fatto al monastero, con un colpo di bacchetta magica, ossia con un Breve papale, fa diventare da oggi a domani il monastero benedettino un monastero celestino.

"... Celestino V in data 20 ottobre 1294 (1) ordina l'aggregazione del monastero benedettino di S. Giovanni in Piano della Diocesi di Lucera al monastero di S. Spirito del Morrone, stabilendo che … monasterium ipsum Sancti Ioannis cum omnibus membris, possessionibus, terris, vineis, piscarijs, villis, silvis et nemoribus, honoribus, iurisdictionibus et ceteris iuribus, pertinencijs et bonis suis dicto monasterio vestro incorporamus, subicimus et uniendo applicamus...

Lucera è alle porte del Tavoliere delle Puglie. Quando sarà istituita nel 1447 la dogana aragonese sarà sede del gran doganiere. Dalla sua posizione elevata il verde eldorado pugliese si apre come promessa alle greggi. Questa aggregazione di S. Giovanni in Piano a S. Spirito del Morrone ha una chiara ratio, quella di una sistemazione ben stabile alla transumanza che i monasteri celestini esercitavano ormai da molti anni...". (2) Così Alessandro Clementi legge e legge bene le motivazioni dell’aggregazione. 

Il monastero di S. Giovanni in Piano è infatti strategico per favorire l'attività della transumanza che da tempo doveva rappresentare una fonte cospicua di ricchezza per i monasteri celestini ed in particolare per il monastero di S. Spirito di Sulmona, che ormai è stato scelto come casa madre.

Ma Celestino (e Fra Tommaso nell’ombra) fa di più. Il 2 dicembre, pur fra le ambasce della decisione (la rinuncia viene comunicata da Celestino ai Cardinali e alla Corte napoletana il 13 dicembre, festa di S. Lucia) se continuare ad essere della Chiesa di Cristo pastore dimezzato o rinunciare ad essere un papa fantoccio nelle mani della interessata Corte napoletana e dei rapaci confratelli della sua giovane Congregazione, perfeziona l'aggregazione del monastero di S. Giovanni in Piano al monastero di  S. Spirito del Morrone, riducendo l'abbazia benedettina che Fra Tommaso ha in commenda a priorato della Congregazione celestina. (3)

Fra Tommaso è stato il deus ex machina di questo cambio di saio. Dal nero saio benedettino è passato senza problemi al grigio saio dei Celestini. E da Cardinale (anche contro l'opinione del Telera) quasi sicuramente è rimasto priore commendatario del monastero ormai passato ai Celestini (ne fa fede la ricchezza di beni che lascia in eredità). Il monastero è diventato un priorato celestino, come tale voluto da Celestino V secondo la regola della Congregazione, che al momento riconosce come abbazia solo il monastero di S. Spirito al Morrone e tutti gli altri monasteri come priorati (… monasterium… abatem proprium non habens sed per priorem solitum gubernari… era la formula curiale).

Si è sempre detto come luogo comune che il vecchio papa sia stato manovrato da questo e da quello e soprattutto dal cardinale Benedetto Caetani (il futuro Bonifacio VIII) per sporchi fini, ossia per arrivare lui alla tiara.


(1) L. ZANOTTI, Digestum... cit., tomo I, parte I, ad indicem, pag. 4v, pag. 16 della ristampa anastatica, dal 

     titolo: 1294. 20 octobris. Celestini V. Unio et incorporatio Monasterij Sancti Ioannis in Plano cum 

     membris suis facta Monasterio Sancti Spiritus prope Sulmona.

(2) A. CLEMENTI, Tra monasteri cistercensi e celestini, la transumanza, in A.A.V.V. Celestino V papa 

      angelico, Atti del 2° Convegno storico internazionale, L'Aquila, agosto 1987, Centro celestiniano 

      /sezione storica, pag. 254, L'Aquila 1988.

(3) L. ZANOTTI, Digestum... cit., tomo I, parte I, ad indicem, pag. 18 della ristampa anastatica, dal titolo: 

    1294.  2 decembris. Coelestini V. Concessio, submissio et applicatio Monasterij Sancti Ioannis in Plano 

     facta Monasterio Sancti Spiritus de Sulmona, et erectio eiusdem in Prioratum, cum ampla exemptione.


Leggendo gli innumerevoli privilegi ed aggregazioni fatte al monastero di S. Spirito del Morrone nei pochi mesi del suo pontificato, si può ben dire che Celestino sia stato manovrato sì, ma da Fra Tommaso, il suo figliuolo spirituale diletto e chiaramente il suo consigliere non spirituale, sicuramente in questo aiutato dal vicecancelliere della Curia papale, il Castroceli! 

[Per avere un’idea concreta dello sviluppo insediativo dell’Ordine di Fra Pietro del Morrone durante il pontificato di Celestino V è sufficiente notare, anche solo su un piano meramente numerico, che in circa 5 mesi furono aggregati a S. Spirito ben 65 enti contro i 59 già posseduti e acquisiti o fondati in circa 50 anni! ] (1) 

Si è a ragione parlato di nepotismo monastico: “… se badiamo agli atti del suo breve pontificato c’è da rimanere perplessi, …” essendo essi “… atti di nepotismo monastico nei confronti della sua congregazione eremitica…”. (2) 

Ma con questa mossa il potente consigliere e scaltro negoziatore Cardinale celestino Fra Tommaso di Ocre (emulo del suo conterraneo Gualtieri d’Ocre, Gran Cancelliere di Federico II e di suo figlio Corrado IV), di Ocre, ossia del Distretto dell'Aquila che è nata e sta crescendo sulla pecora per sfruttare i ricchi pascoli del Gran Sasso e delle altre montagne aquilane, sta sicuramente pensando anche agli interessi dei suoi fratelli Rainaldo e Pietro, baroni di Ocre, che sicuramente traggono dalla industria della transumanza la maggior parte dei loro beni e a quelli del monastero di Collemaggio che sta crescendo in potere e ricchezza, così come agli interessi degli altri armentari aquilani per i quali il monastero di S. Giovanni in Piano, diramazione e longa manus del Monastero di S. Spirito di Sulmona, rappresenta comunque un punto di riferimento e quasi una seconda Aquila.

E quanto il Cardinale Fra Tommaso sia potente lo evidenzia il fatto che già il 24 novembre 1294 fa confermare a Celestino V il privilegio di Re Carlo II di esenzione dalle collette e oneri concessa ai suoi consanguinei, (3) esenzione chiaramente ottenuta dal Re (e difficile comunque da ottenere da chiunque, visto che al regno ne viene un danno) da Fra Tommaso, forte di essere intimo e consigliere di Celestino V e che quindi il Re, per ragion di stato, è bene si tenga amico. Questo è l'altro motivo che, secondo il Telera, ha guidato Celestino nella scelta a Cardinale di Fra Tommaso "... percioche l’haveva pratticato per huomo di molto talento, e da far riuscita nella corte...".

Chi non viene compensato della perdita del ricchissimo monastero di S. Giovanni in Piano è evidentemente il vescovo di Lucera, che inizia, da subito dopo la rinuncia di Celestino V, una lite chiaramente e subdolamente pilotata dal metropolita arcivescovo di Benevento, successore del Castroceli. Con il vescovo di Lucera si tratta di questioni più economiche che canoniche: le due chiese parrocchiali, di S. Lucia e di S. Martino presso Lucera vengono passate con tutti gli altri beni, al monastero celestino di S. Giovanni in Piano, togliendole definitivamente alla sottomissione del vescovo di Lucera che evidentemente nel periodo della commenda ne godeva i frutti, d’accordo con l’arcivescovo di Benevento.

Una chiesa parrocchiale all’epoca era una notevole fonte di reddito nell’amministrare i sacramenti, nell’avere il privilegio (ben remunerato con donazioni) di far seppellire i morti nella chiesa, nelle rendite che derivavano alle chiese da diritti feudali, ecclesiastici (le decime), fondiari etc.

Fra Tommaso quindi ben sa che, appena morto lui e quindi venendo a mancare l’ombrello protettivo che è riuscito a tenere alto sul monastero di S. Giovanni in Piano come Cardinale Camerlengo, il 



(1) A. MORIZIO, Eremitismo e monachesimo in Italia tra XIII e XIV secolo: i "Celestini" di Fra Pietro

    del Morrone. Storia e documenti (Metà sec. XIJI-1320), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di 

     Padova, Dipartimento di Storia, Dottorato di ricerca in Storia del Cristianesimo e delle Chiese 

    (Antichità, Medioevo, Età Moderna). Ciclo XIX, A. A. 2008, nr. 25 -Paduaresearch.cab.unipd.it-

(2) A. FRUGONI, in: Atti del Primo Convegno su Papa Celestino V, Accademia Cateriniana di Cultura

     di Sulmona, Sulmona 1969, p. 41

(3) L. ZANOTTI, Digestum... cit., tomo I, parte IJ, ad indicem, pag.18 della ristampa anastatica, dal 

    titolo:1294. 24 novembris. Coelestini V. Confermatio privilegij Caroli II Regis pro exemptione a collectis 

    et oneribus concessa consanguineis Fratris Thomae Cardinalis Sanctae Ceciliae, cum insertione.


potente Arcivescovo di Benevento Giovanni X, succeduto al Castroceli, mandando avanti il vescovo 

di Lucera con la rivendicazione delle due chiese, privilegi e rendite comprese, potrebbe far di tutto per riprendersi, oltre le due chiese, anche il monastero di S. Giovanni in Piano. 

E tutto quanto paventato da Fra Tommaso avviene in breve tempo, in quanto già il 15 ottobre del 1300, pochi mesi dopo la sua morte, l’abate di S. Spirito del Morrone, tramite il suo procuratore, deve fare una “appellatio” (1) al vescovo di Lucera, (dietro cui trama, neppure tanto nell'ombra, l’Arcivescovo di Benevento), per dimostrare che il monastero di S. Giovanni in Piano, soggetto all’abbazia di S. Spirito del Morrone, ha dalla Sede Apostolica (è ben chiaro il messaggio all’Arcivescovo di Benevento) i diritti canonici/economici sulle due chiese e quindi il vescovo (e l’arcivescovo!) non deve più molestare il monastero.

Il procuratore dell’abate deve fare una “appellatio” perché il vescovo di Lucera si rifiuta di parlare con lui e con il priore di S. Giovanni in Piano, anzi fa chiudere dai suoi familiari le porte dell’episcopio. Quindi l’unica forma legale è quella di andare a leggere pubblicamente ad alta voce il documento di rivendicazione di possesso, privilegi etc., redatto da un notaio, innanzi alla sede dell’episcopio per poi lasciarlo in situ o affiggerlo sulla porta (come molti anni dopo farà Martin Lutero quando affiggerà sulla porta della cattedrale di Wittemberg le sue 95 tesi contro la vendita delle indulgenze in Germania e in varie altri parti dell’Europa). Anzi per dare evidentemente man forte al Vescovo tutti i notai di Lucera si danno (volutamente) latitanti e quindi il procuratore dell’abate di S. Spirito deve servirsi di un notaio di S. Severo.

L’appellatio non deve aver avuto effetto, perché non sono cessate le rivendicazioni del Vescovo di Lucera e le sue pressioni e molestie (si litiga ancora nel 1338). Infatti ancora nel 1313 l’abbazia di S. Spirito del Morrone deve fare una seconda appellatio con le stesse modalità. In essa si dice esplicitamente che Celestino V, papa di buona memoria, le due chiese le ha date al monastero “... quod cum bonae memoriae Coelestinus Papa V suae plenitudine podestatis dederit et concesserit pleno iure in spiritualibus (!) praefato Monasterio Sancti Joannis in plano Parochiales Ecclesias videlicet S. Martini et Sanctae Luciae sitas in Castro Precinae (2) Dioecesis Civitatis Sanctae Mariae...". (3) 

Le liti per il potere, canonico sì ma ancora più economico, fra vescovati e monasteri datavano ormai da lungo tempo.

Sicuramente l’aspetto economico era uno dei principali, se non il principale, motivo di attrito fra vescovati e monasteri. Ma se le ricchezze perdute suscitavano la cupidigia dei vescovi diocesani, era anche l'indipendenza giurisdizionale dei monasteri e la loro ingerenza nella giurisdizione episcopale che facevano paventare ai vescovi una limitazione eccessiva del loro potere. 

Leggendo il testamento di Fra Tommaso si nota una profonda e ripetuta preoccupazione (quasi una ossessione), quella di un possibile e realistico sganciamento del suo monastero di S. Giovanni in Piano dalla soggezione canonica (ed economica) dall’Abbazia morronese. 



(1) L. ZANOTTI, Digestum... cit., tomo IJ, parte I, f. 18r, pag. 57 della riproduzione anastatica. 

   "Appellatio Procuratoris Monasterij Sancti Spiritus de Sulmone a gravaminibus Domini Episcopi 

     Luceriae pro Monasterij Sancti Joannis in Plano exempto".

(2) Oggi Apricena.

(3) L. ZANOTTI, Digestum... cit., tomo IJ, parte I, f. 61, pag. 185 della riproduzione anastatica. 

      Lucera è stata ribattezzata Città di S. Maria da Carlo II d'Angiò, dopo la rivolta nel 1300 dei Saraceni 

      che vivevano ancora numerosissimi in città, anche dopo la conquista nel 1267 del Regno di Sicilia di 

      Carlo I d’Angiò. Dopo un lungo e cruento assedio la città viene conquistata e distrutta e i suoi abitanti 

      saraceni massacrati o venduti come schiavi. In Lucera era vissuta una numerosissima e fiorente comunità 

      musulmana, lì trasferita nel 1239 dalla Sicilia da Federico II. I Saraceni, dopo essere stati al soldo di 

      Manfredi, avevano continuato a combattere strenuamente a fianco di Corradino di Svezia contro i 

     francesi di Carlo I d'Angiò. Nei documenti posteriori al 1300 la precisazione "... apud Civitatem Sanctae

     Mariae, olim vocatam Luceriam Saracenorum..." è tanto più presente quanto più i documenti sono vicini 

     nel tempo all'assedio, rimasto famoso. Poi nel tempo la città riacquista il nome Lucera.


Non preoccupa più di tanto Fra Tommaso la questione canonica delle due chiese contestate dal vescovo di Lucera. Se anche il vescovo fosse riuscito a reintegrare alla diocesi le due chiese, al     monastero ne sarebbe venuto in pratica solo un trascurabile danno economico. 

Quello che preme a Fra Tommaso è invece che il monastero di S. Giovanni in Piano rimanga nel tempo soggetto al monastero di S. Spirito di Sulmona e quindi non venga chiusa o resa difficoltosa al monastero di S. Spirito di Sulmona e agli altri monasteri Celestini dell’Abruzzo la “via della transumanza”. 


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                                            Peltuinum: Il tratturo e i locali della dogana.

https://html1-f.scribdassets.com/7kwj5yyozk61w1is/images/21-dd4baf8ad6.jpg


Carte della Reintegra del Tratturo L’Aquila-Foggia: Peltuinum

                                    Immagine superiore: Atlante di E. Capecelatro (1652)

Immagine inferiore: Atlante di A. Crivelli – D. Freda (1712)





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