Un fenomeno da approfondire: i pastori bambini nella transumanza.

Post Ivana Fiordigigli

Nel rapporto della FAO del 2 marzo 2013 sullo sfruttamento minorile, prima di suggerire ai Paesi e alle agenzie per lo sviluppo di affrontare il problema del lavoro minorile nel settore zootecnico con una serie di interventi, si legge:

“Per secoli” le comunità dedite alla pastorizia hanno coinvolto i propri figli nell’allevamento del bestiame. Il futuro e la sopravvivenza della famiglia ha fatto affidamento sul trasferimento di conoscenze locali complesse trasmesse da padre a figlio”. 

“Le comunità dei pastori riconoscono oggi l’importanza della scolarizzazione dei propri figli e sono più propensi a mandarli a scuola, se l’insegnamento è di buon livello ed è pertinente con il modo di vivere pastorale, specialmente se la scuola può essere complementare con il lavoro dei ragazzi nella pastorizia”.





Il lavoro minorile (o sfruttamento minorile) e le sue implicazioni: i pastori bambini.

di Giancaterino Gualtieri



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Dopo la riunificazione forzosa e drammatica dei vari stati e staterelli italiani, la cosiddetta Unità d’Italia, con la legge del 7 gennaio 1861 furono introdotte alcune importanti innovazioni nella scuola primaria, primo di tutte l’obbligo di frequenza scolastica per tutti i bambini a sei anni compiuti e l’obbligo per i Comuni di istituire almeno una sezione maschile e una femminile.

Ma nei paesi del Sud, e soprattutto nei paesini di montagna, la manodopera infantile era una necessità familiare consolidata e a dieci anni si era a tutti gli effetti forza lavoro.

Perciò oltre all’oggettiva difficoltà di istituire scuole elementari, per carenza di fondi dei piccoli Comuni, l’altra difficoltà era convincere le famiglie, ossia i padri di famiglia, dell’obbligo di mandare i figli, e peggio le figlie, a scuola. Tale necessità non era per niente sentita e ancora meno sentita era per il popolo degli ultimi la necessità della alfabetizzazione, visto che gli analfabeti erano esclusi dal voto. Tanto ad amministrare il Comune, cioè a comandare, erano sempre i signori e chi aveva i soldi, che poi in pratica erano le stesse persone.

Così reale era la difficoltà che uno degli articoli della legge stabiliva che i padri di famiglia che avessero trascurata la frequenza scolastica dei figli non avrebbero potuto usufruire della pubblica beneficenza, come sussidi per i matrimoni delle figlie o ricorsi ai Monti di Pietà per avere grano.

E poi vi era la difficoltà di reperire i maestri per le scuole dei piccoli paesini.

I maestri non se la passavano troppo bene e le maestre peggio, visto che la loro retribuzione era ridotta a due terzi di quella dei maestri e le retribuzioni equamente decurtate fra maestri e maestre, visto che “… le scuole nel Comune non possono esser e non sono frequentate se non nei soli mesi invernali, cioè dal I novembre a tutto aprile al più lungo, giacché nei rimanenti mesi i ragazzi, che sono tutti contadini, vengono dai loro genitori addetti ai lavori campestri e alle cure pastorizie… Quindi la retribuzione dei maestri va ragguagliata al solo tempo che danno insegnamento...”.

Le norme per il reclutamento dei maestri imponevano che questi dovevano essere di specchiata moralità, avere una patente rilasciata dall’ufficio scolastico, duravano in carica tre anni rinnovabili e dovevano aver uno stipendio fisso pagato dal comune, che si riservava di fare la scelta del maestro a sua discrezione. Pagare i maestri era il punto dolente: come e dove trovare i soldi per gli stipendi.

E chi ne faceva le spese erano sempre le classi femminili, che richiedevano l’insegnamento di una maestra. E le maestre, spesso vittime di trasferimenti in paesi lontani da quelli di origine, erano vittime di inveterati e ingiustificati pregiudizi, perché la professione di maestra era vista come alternativa alla formazione di una regolare famiglia e proprio per questo richiedeva continui controlli sulla moralità di chi la svolgeva. Data anche l’esitazione con cui si accettava la maestra che vivesse sola in un paesino, le maestre non sempre erano disposte ad accettare di segregarsi in un paesino e di accettarne le conosciute scomodità.

Molte, seppur nominate rifiutavano o non riuscivano a resistere in paese che pochi mesi. “… Fino ad ora mancano nel Comune le maestre elementari... sol perché niuna di quelle nominate negli anni precedenti ha voluto assumere l’esercizio, forse a vista delle povere condizioni delle due borgate...” Quindi non c’è altra via che “… affidare interinalmente l’insegnamento femminile a giovani donne, le meglio istruite e morali del Comune...”. Così cercando di salvare capra e cavoli avevano deliberato gli amministratori del paese.

E quando non erano disponibili maestri maschi il Comune, come machiavellica soluzione per ridurre le spese, poteva decidere che era conveniente (non era moralmente sconveniente che una donna insegnasse a maschi e femmine!) utilizzare “… una maestra mista per la scuola elementare… e risparmiare così la somma di lire 500 dovuta al maestro... Considerando lo stato miserabile in cui versa il Comune, il quale non può sostenere le spese… stante la Maestra mista, può questa fare lezione benissimo ad ambo i sessi…”. Soluzione che passava bellamente sopra alla norma che voleva le maestre adatte solo per il corso inferiore maschile, perché in quello superiore non avrebbero potuto portare quell’esempio “della forza, del coraggio, in una parola della virilità” che si riteneva necessario fornire agli alunni.

Perché si pone sempre l’accento che i bambini a 10 anni erano forza lavoro?

Con la legge del 7 gennaio 1861 l’obbligo di frequenza scolastica per tutti i bambini a sei anni compiuti era in pratica limitato al corso inferiore delle elementari di tre anni. Il grado superiore era una pia utopia nei piccoli paesi, dove ogni braccio era necessario per tirare avanti.

Solo per non incorrere nelle sanzioni di legge i bambini-pastori o i pastori-bambini dei paesi dove si praticava la transumanza, che non avrebbe di fatto permesso neppure un giorno di frequenza scolastica (la transumanza si sovrapponeva perfettamente al periodo scolastico), venivano cooptati alla transumanza solo dopo aver frequentato (?) il ciclo primario scolastico.

Dove non si praticava la transumanza ma si era contadini, la frequenza era a tozzi e a bocconi come ben si evidenzia dalle delibere di uno dei tanti paesi dell’Aquilano (le delibere sono riportate alla lettera)(Per inciso mio padre, classe 1911, aveva solo la licenza di terza elementare e la licenza di quinta elementare l’aveva conseguita sotto le armi).

Immaginare oggi un bambino di 10 anni

(si può leggere nello scritto di Francesco Giuliani, “L’antica storia del tratturo”, Strofa 146

A dieci anni nel millenovecento

incominciai a far l’arte di Abele

nelle Puglie…)

mandato fuori casa per otto mesi a vivere una vita di stenti in mezzo a maschi adulti, ci ripugna.

Erano i cosiddetti “biscini”, i “piscetti”, ossia i bambini che ancora non avevano completato lo sviluppo puberale. E ci auguriamo oggi che insieme a loro ci fosse il padre o qualche fratello più grande o qualche altro congiunto.

Ci ripugna pensare a quanti e quali possibili abusi sessuali potessero essere sottoposti bambini soli, insieme ad adulti costretti ad una astinenza sessuale per otto mesi.



                                       

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