San Franco da Roio alle remote selve d’Abruzzo - La leggenda dell’orso di Fulgenzio Ciccozzi

Post Ivana Fiordigigli

Voglio riportare il seguente scritto di Fulgenzio Ciccozzi pubblicato in occasione della ricorrenza della festa di S. Franco il 5 giugno 2022 perché va a toccare l'argomento del primo rifugio nel bosco del monaco Franco, che ha deciso di condurre vita eremitica e alle prime luci dell'alba ha abbandonato l'Abbazia di San Giovanni di Collimento a Lucoli.
Quanto può aver camminato Franco a piedi nel corso di una giornata fra le montagne e i boschi  che si stendono fra il territorio di Lucoli e Tornimparte? Gli "Atti" dicono che incontra un orso amico e che lo guida a una spelonca. 
Anche Fulgenzio Ciccozzi mi sembra condividere l'ipotesi che il primo rifugio possa anche essere la grotta detta di Sant'Onofrio, che è un riparo a 1.400 metri d’altezza su una parete rocciosa del monte Orsello, poco oltre i ruderi del villaggio medievale di Sant’Eramo.
Sono a questo punto tre le escursioni fatte alla grotta per verificare la possibilità che  possa essere stato il primo rifugio del monaco Franco, alla ricerca del suo eremitaggio: quella di "NoiXLucoli" con l'associazione "Assergi: cultura, memoria e montagna" il 7 ottobre 2020; la seconda di Giuseppe D'Annunzio con Mauro Congeduti il 7 luglio 2021; la terza più recente di Fulgenzio Ciccozzi.
A favore della grotta di S. Onofrio è il particolare, citato dagli "Atti", che qui aveva già soggiornato in altri tempi un eremita.
Non mi sembra nemmeno contraddittorio quanto affermano l'Antinori e il Tomei: Il primo la pone non molto distante dal monastero e il secondo in remote selve. Considerando la realtà dei luoghi, credo siano tutte e due vere. 
Si può benissimo dire che non è molto distante dal monastero, infatti la si raggiunge a piedi e si sviluppa su un percorso di circa 9 Km., come hanno verficato G. D'Annunzio e Mauro Congeduti, anche se S. Franco vagando per i boschi avrà impiegato più delle cinque ore di tempo, oggi effettivamente necessarie a raggiungerla.
Si può benissimo affermare, come nel manoscritto degli "Atti" trascritto dal Tomei, che la grotta si trova in "remote selve", infatti si trova circondata da un anfiteatro di monti alti e tutti ricoperti di boschi.
Pur essendo un luogo molto appartato, circa un centinaio di metri più in alto, la presenza di ruderi fa capire che doveva essere un luogo abitato da pastori, presso i quali S.Franco poteva anche cercare sostentamento.







San Franco da Roio alle remote selve d’Abruzzo  
La leggenda dell’orso

di Fulgenzio Ciccozzi 



San Franco nasce a Roio Piano verso la metà del XII secolo, nei primi anni dell’occupazione normanna dell’Italia Meridionale. Figlio di pastori, preso da passione religiosa, venne accolto dai monaci nell'Abbazia di San Giovanni di Collimento, a Lucoli. Dopo vent’anni di vita monastica prende l’irreversibile decisione di ritirarsi in solitudine. Franco lascia dunque il monastero e s’incammina tra i monti circostanti dove trova il primo rifugio indicatogli da un orso; lo stesso plantigrado che poi, in una cornice quasi fiabesca, lo condurrà alla vista di un favo di miele ove poter trarne nutrimento. Dunque ecco che inizia la simbiosi dell’uomo con l’ambiente ostico che lo circonda e al quale si adatta riponendo fiducia negli animali che lo abitano. Il luogo identificato di questo ricovero doveva presumibilmente essere una spelonca comunque ubicata nei monti del lucolano, a confine con il territorio di Tornimparte. 
Ho raggiunto questi luoghi partendo da Prato Agabito e, dopo aver percorso qualche chilometro immerso nella faggeta che copre quelle alture, in punto molto scosceso, sono riuscito a guadagnare quegli anfratti difficilmente raggiungibili. A ovest, le cime ancora innevate della catena del Velino-Sirente sono abbracciate da un’immensità di boschi che si distendono sulle alture e poi si tuffano sino ad immergersi nei diversi canali per poi riemergere aggrappati ai pendii dei monti. 
In un punto di quei luoghi impervi si trovano diverse grotte, con evidenti segni di scalpellature operate dall’uomo, che potevano essere certamente usate anche dai pastori e dai primi fedeli che vi trovavano momentaneo ricovero. 
Più a monte, a qualche centinaio di metri, ci sono ruderi di fabbricati, dal che si desume fossero abitati da guardiani di greggi i quali senz’altro avranno aiutato l’eremita a nutrirsi e a fornirgli il necessario per poter sopravvivere. 
C’è da dire che il luogo in cui era ubicata la grotta è incerto poiché le posizioni avanzate da studiosi quale l’Antinori e il Tomei non coincidono. Il primo la pone non molto distante dal monastero e il secondo in remote selve. Siamo, dunque nel campo delle ipotesi, che, in mancanza di riscontri oggettivi, e tenendo conto che il Tomei trascrisse gli atti attingendo alla fonte diretta di un manoscritto, poi andato disperso, si ritiene attendibile, se non certo, che il rifugio doveva corrispondere a uno degli antri se non occupare proprio la grotta scavata sul costone di una parete e precedentemente abitata da Sant’Onofrio. L’Eremita roiano proseguirà poi il cammino sui monti del Gran Sasso facendone il fulcro della sua ascesi spirituale. Il piccolo abitato di Assergi, disteso alle pendici del monte, accoglierà il sant’uomo con il quale inizierà un rapporto di amicizia e devozione sino ad eleggerlo a suo protettore.

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