Le vedove bianche: le donne dei pastori.

Post Ivana Fiordigigli



Le vedove bianche: le donne dei pastori.

di Giancaterino Gualtieri


Marìte mìe nen puàzze arrevenì.                                      Marito mio non possa tu tornare.

Tu uà cchiù bbéne alle pecùra ch’a mmì.                         Tu vuoi più bene alle pecore che a me


A tté nen te ci pòzza arretruà.                                            A te non ti ci possa ritrovare.

Le pècura ce dàve da maggnà.                                         Le pecore ci danno da mangiare.


Quattro versi (forse) di “incanata” che dicono più di un trattato sulla triste condizione pastorale ed esprimono con asprezza verbale come si dovesse o si potesse sentire una donna lasciata sola e un uomo che, per campare lui e la famiglia, doveva anteporre alla famiglia e agli affetti coniugali e paterni il greve lavoro. E’ indice di quale difficoltà ne derivavano anche nei rapporti coniugali.

Si parte per la transumanza a settembre e si torna agli inizi di maggio, si rimette incinta la moglie e nelle settimane in cui non si è di turno in montagna a pascolare le greggi ci dedica ai lavori agricoli estivi che richiedono tutte le braccia abili. 

E si riparte con il cuore gonfio agli inizi di settembre. Il figlio che nascerà non verrà dichiarato dal padre assente, ma dall’ostetrica che ha assistito al parto con la solita formula:

“La seguente dichiarazione viene fatta da …. (ostetrica) per aver nella suindicata sua qualità prestata l’opera dell’arte in assenza del marito… il quale è assente e trovasi…”.

Il figlio o la figlia si conosceranno al prossimo ritorno o non si conosceranno mai, data l’altissima percentuale (circa il 34% nei nostri paesi) di mortalità infantile, soprattutto nei primi mesi di vita.

Ma se triste era per otto mesi la condizione di pastore in Puglia (leggere le testimonianze per averne un’idea) ancora più triste, avvilente ed onerosa era la condizione delle donne, soprattutto mogli, rimaste sole in paese.

Che dovevano essere donne e uomini allo stesso tempo, per poter portare avanti la casa, allevare i figli, badare ai vecchi genitori e suoceri, zii celibi e zie nubili ma anche allevare il maiale, badare alle bestie di stalla e coltivare quel poco che si poteva coltivare, raccogliere la legna per il fuoco, rammendare, cucire, sferruzzare. E sedere all’arcolaio dove le matasse filate, fissate sull’aspo, tramite una ruota mossa a mano che faceva girare un perno su cui erano bloccate le spagnolette vuote di canna, diventavano spagnolette grandi di filo per ordire sull’orditoio e spagnolette piccole che andavano posizionate poi nella spola, o navetta, a costituire la trama e poi tessere, tessere per tutto l’inverno, ogni momento libero dalle faccende di casa o di stalla.

Donne che sapevano usare le forbici per potare, la zappa, la falce messoria e la falce fienaia, che sapevano reggere la stegola dell’aratro di legno con forza e sapienza, che maneggiavano la roncola e l’accetta da taglio come la maestra maneggia la penna (così aveva detto orgogliosamente un giorno una donna virile che andava al taglio del bosco in sostituzione del suo uomo lontano: L’accetta in mano mia è come la penna in mano alla maestra).

Viriliter come spesso si trova scritto su tanti antichi atti di morte di donne nei registri parrocchiali. Viriliter, da uomo, uomini tra uomini se non fosse che i figli li portavano loro in grembo per nove mesi potando, zappando, mietendo, falciando, arando fino all’ultimo giorno, che tante donne si sgravavano in campagna e qualcuna era ritornata a casa riportando il neonato dentro il grembiule, come si riporta un grembiule d’erba o di buona verdura selvatica o di mandorle o noci. 

E dovevano essere fortunate che la sorte non le facesse sgravare settimine o a otto mesi. 

Sennò i figli generati in un ultimo atto d’amore le notti prima della partenza e nati in anticipo diventavano “i figli del prete” e loro, le mogli, le puttane, triste titolo che si sarebbero portate appresso tutta la vita. 


Triste condizione anche per le ragazze da marito, il cui destino era segnato: mogli di pastori.

E avevano più di un motivo per lamentarsi: 


E’ miàgglie fà gliù fuàche che gli sspìne                      E’ meglio far il fuoco con gli spini

che ffà gli’améure che gliù pecuràle,                             che far l’amore con un pecoraio,


e risentirsi della vita coniugale futura e dei rozzi compagni di vita che a loro venivano quasi sempre imposti:


Pecuràle màggna recòtta                               Pecoraio mangia ricotta

va ’lla méssa e nen ze ‘nginòcchia,                va alla messa e non si inginocchia,

i nen ze léva gliù cappellìtte;                          e non si leva il berretto;

pecuràle sscì ‘mmaledìtte!                              pecoraio sia tu maledetto!


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