Il Castello di Sercio (Il documento)

 Post Ivana Fiordigigli

“La cronaca della prima ascensione sulla vetta del Gran Sasso” - 19 agosto del 1573

di Francesco De Marchi






Assergi viene poi citato più volte nel corso della "Cronaca". Si riportano i passi principali, seguiti da una breve spiegazione o commento.


Et andammo a un castello denominato Sercio, lontano sei miglia, e qui cercammo chi ne conducesse alla sommità del Monte; ma non pottemmo trovar nessuno che mai ci fusse stato, dico alla cima, ancorché questo Castello sia il più presso verso L’Aqquila. Mi hanno detto che vi erano certi Chacciatori di Camocce che vi erano stati sopra, e così domandai a molti di loro e non trovai se non uno, nominato Francesco Di Domenico, il quale era stato alla cima un’altra volta e malamente vi voleva più tornare. Poi pigliassemo du’ altri che ne facessimo compagnia, nominati Simone Di Giulio e Giovanpietro suo fratello, li quali tutti non venivano troppo volentieri ma a preghi e premi vennero.

Assergi è l'ultimo paese prima prima delle alte cime del Gran Sasso, il suo è un territorio di montagna, ma la montagna è anche aspre rocce, pericoli sconosciuti, bufere improvvise, eventi atmosferici improvvisi e violenti, la montagna fa paura e preoccupa, rappresenta l'ignoto.
 Eppure abitanti di Assergi del 1500 si erano avventurati alla scoperta della montagna, a caccia di camosci si erano spinti fino alle alte cime del Corno Grande, come scrive nella sua cronaca Francesco De Marchi. 
E' da capire la ritrosia di queste tre prime guide di Assergi, Francesco Di Domenico (era stato alla cima un’altra volta e malamente vi voleva più tornare), Simone Di Giulio e Giovanpietro suo fratello (li quali tutti non venivano troppo volentieri ma a preghi e premi vennero), ad assumersi il compito di accompagnare l'illustre ingegnere deciso a fare la sua scalata sua scalata e a conquistare la cima del Corno Monte.


I Castelli che sono intorno a questo Corno Monte sono questi:
La Pietra Camea verso ponente; Messola per Levante; Fano Troiane per lo Settentrione; Cerquesto, I Cannini e Lieveane per lo settentrione; e per lo mezo giorno vi è Sercio e Felete, li quali sono dentro le otto miglia all’intorno di questa montagna.

E' una indicazione geografica della dislocazione secondo ponente, levante,  il settentrione e il mezo giorno degli otto Castelli che entro le otto miglia (corrispondono a circa 12, 87 Km) circondano il Corno Monte. Per il versante aquilano del Gran Sasso sono Sercio (Assergi) e Felete (Filetto.)


Poi ce ne venissimo ad una calata di una montagna nominata La Portella, la qual’è proprio una porta fatta di due penne di monti, la quale cala quattro grosse miglia per venire a Sercio.

Dopo essere salito sulla vetta del Monte Corno Francesco De Marchi arriva alla discesa della Portella ed osserva che il suo nome è legato al'aspetto che ha questo Passo, quasi due "penne" di monte", che porta al versante aquilano e permette di arrivare ad Assergi. E' lunga questo percorso  4 miglia (corrispondono a circa 6,43 Km.) ed è continuamente transitato, in discesa e in salita, anche per motivi di commercio sia nei periodi caldi che in inverno. 
Un esempio è il singolare trasporto  dei "panni carfagni", che in pratica vengono buttati giù, seguiti dagli uomini che in singolare gruppo si stringono e si buttano giù slittando sulla neve, percorrendo in pochi minuti, ma con enorme rischio e pericolo di vita, la discesa della via Portella.


L’anno 1569, dic’otto uomeni tornavano su per la montagna e così si staccò una palla di neve et gli affogò. Son sepolti a Sercio.

Qui ci si sofferma a dare informazione dei grossi rischi che affrontano i viaggiatori percorrendo la Via Portella, "pericoli di morte", raccontando qualche episodio di incidenti mortali occorsi nel transito in inverno. Questo capita perché a volte "si staccara un puoco di nieve della Portella, et quella fa un ballone o un montone, e li coprisse sotto, et ivi muoiano".
Nell'anno 1569 otto uomini che risalivano la montagna e furono tutti travolti dalla neve; furono sepolti ad Assergi.
Nel 1571 risalendo su morirono un Padre e due figlioli; il quarto che stava con essi restò tre giorni sotto la neve, si salvò mangiando ciò che portava nello zaino, vestito e coperto da buoni panni carfagni, ma perse l'uso dei piedi.
L'anno 1573 tornavano su dieci uomini e quattro donne e quando furono in cima, passata La Forcella si levò una grandissima tempesta di neve, vento e freddo; un uomo morì, una donna restò indietro e poi fu trovata morta.
Pericoli ci sono anche in estate.
L'anno 1573 il giorno dopo del Monte Corno il 20 di agosto venne una tempesta con vento tanto grande e furioso che ammazzò dieci cavalli e dodici buoi che pascolavano sulla montagna della Portella e rovinò tutto il grano falciato.
Questi sono i pericoli, per cui molti scelgono la strada lunga per tornare a Pietracamela e nel Teramano.



Del che quasi tutti tornaro per la strada lunga, per non tornare per il pericoloso passo della Portella sopra il Castello di Sercio.


Alli 20 di agosto 1573 essendo nel Castello di Sercio volli vedere Grotta Amare.

L'avventura di Francesco De Marchi non è ancora conclusa, una nuova e diversa esperienza lo aspetta:
"chi andarà in questa Grotta o profonda Tomba li parera d'essere nelle tenebre, et chi andarà in cima al Corno Monte gli parrà andar sopra le nuovole".
Si organizza con un gruppo di circa quindici persone, che possono portare quindici torce da vento, fanno da guida due preti "che abitano in questo Castello"; scendono molto cautamente, ma con decisione, superano le difficoltà degli stretti passaggi  e riescono ad arrivare ai due laghi sotterranei, dove Francesco De Marchi fa risuonare il suo corno, scrive il suo nome ed incide su una pietra col piccone una croce. Un problema potrebbe essere anche il tornare indietro, perché vi sono molti passaggi, anche grandi, che non sono quelli giusti; anche restare nelle tenebre senza la luce della torcia potrebbe costituire un grosso problema. Viene scoperto in una grotta un teschio umano da parte di una dei due preti di Assergi; De Marchi ipotizza che sia morto perché è rimasto senza torcia e non ha saputo più uscire. 



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