Il Venerdì Santo

Post Ivana Fiordigigli

L'articolo di Franco Dino Lalli ci consente di conoscere la tradizione ed i riti del Venerdì Santo in San Benedetto in Perillis, un paese lontano da noi, ma accomunato da usanze e modi di sentire la ricorrenza della Pasqua.


Foto: Statua dell'"Addolorata" di Orsara di Puglia


Il Venerdì Santo

di Franco Dino Lalli

I rituali del Venerdì Santo in San Benedetto in Perillis, riportati di seguito, documentano, in maniera esemplare, il notevole livello di devozione popolare nel paese che si esplicava in momenti molto toccanti e densi di spiritualità e di commozione. 

Nella semplicità delle movenze con cui si attuava la condivisione di un sacrificio così simbolico come quello della morte di Gesù si rinvengono anche le stratificazioni dei ruoli esplicati nel contesto sociale e soprattutto in quello della condivisione e della interiorizzazione di questo dolore. Mentre, nel rito del bacio al Cristo morto, si assisteva al ruolo virile degli uomini, le donne nel rito della “strascinarèlla”, attuavano una ritualità che le vedeva protagoniste di un dolore terreno, materno ed anche espiatorio. Tutto ciò contribuiva anche a creare un sicuro livello di condivisione e di partecipazione nella comunità che così si trovava ad essere collettivamente e sicuramente più tutelata e più consapevole.

Anche nella processione i ruoli diversificati contribuivano al rispetto delle regole non scritte, ma attuate in forma simbolica: le due processioni distinte erano infatti gestite come frutto di un dolore consapevole, intimo e “carnale” da parte delle donne che si diversificava anche nell’esecuzione del canto” Gesù con dure funi”, mentre in quella gestita dagli uomini risaltava il ruolo più gagliardo del “Miserere”. Il rientro delle due processioni nella chiesa assumeva, infine, la raggiunta unità degli intenti e della manifestazione di una condivisione così intensa vissuta in tutte le sue connotazioni e in tutti suoi momenti.



Da “Calendario”
di Giancaterino Gualtieri

Il Venerdì Santo è per tutti, bambini e vecchi compresi, giorno di digiuno obbligato ed astinenza. 

Per i bambini e i ragazzi è un gran brutto giorno, perché ti viene una fame di testa che ti farebbe rischiare di fare qualche furtarello alimentare, se non fosse che tutti vigilano e ti controllano e sai che ti piglieresti una scarica di botte da ricordartela per anni, senza che nessuno muova un dito in tuo aiuto, anzi con la riprovazione del tuo gesto di tutti di casa che sentenziano gravemente che te le sei meritate, brutto turco scristianito e sacrilego.

L’atmosfera è una sorta di melanconia e angoscia. Si ha pudore quasi di parlare, come se si disturbasse la sacralità di quel giorno. Si attende ai lavori di casa e di campagna quasi in punta di piedi.

Verso le tre del pomeriggio lo stridio delle “raganelle” avverte che sta per iniziare la funzione in ricordo della morte di Cristo.

La chiesa in pochissimo tempo si riempie, perché tutti sono già pronti.

Durante le letture il sacerdote scopre poco per volta la croce. Il momento è di estrema commozione e tocca il culmine quando il sacerdote poggia la croce per terra per il bacio. 

Nella rigida gerarchia dei ruoli, non scritta ma rigidamente rispettata, gli uomini anziani si avvicinano per primi per il bacio. Ci si inginocchia e si bacia devotamente, quasi toccando terra. Tocca poi agli uomini via via più giovani, fino ai ragazzi. Ognuno sa quale è il momento suo. 

Tocca poi alle donne e la fede diventa spettacolo toccante. Le donne più anziane si avvicinano strisciando ginocchioni sul pavimento e via via le più giovani. Si parte quasi dal fondo della chiesa ed il serpente umano procede lentissimamente ondeggiando e fluttuando. È la “strascinarèlla”. Anche i bambini un po’ restii vengono trascinati dalle mamme e dalle nonne nella “strascinarèlla” a baciare la croce. Quasi nessuna donna si rialza, anche dopo avere baciato la croce e ritorna al suo posto strisciando ginocchioni. 

Il sacerdote toglie poi il Santissimo dal Sepolcro e lo riporta nel tabernacolo sull’altare. 

Dopo la funzione si prepara il catafalco su cui deporre Cristo Morto. 

Dietro si pone la statua dolente dell’Addolorata. 

A sera parte la processione di Cristo Morto. 

Per i bambini è una festa con i lampioncini colorati che le mamme da tempo hanno comprato a Popoli, con qualche uovo portato al mercato. A preparare una cannuccia con una traversina in cima per appendere il lampioncino hanno pensato i papà o ancora più i nonni. Chi non ha il lampioncino questa sera sarà veramente infelice. 

Il mozzicone di candela fissato nel lampioncino sparge una luce gioiosa che contrasta con l’atmosfera raccolta e dolorosa. L’avvampare di qualche palloncino che si incendia lungo il percorso per imperizia del portatore provoca pianti e strilli del malcapitato e celata soddisfazione dei bambini senza palloncini che si sentono così vendicati. 

Accompagnano la statua dell’Addolorata le donne anziane e le vedove. 

Questo secondo gruppo viaggia molto distanziato dal gruppo più numeroso del Cristo Morto, cosicché sono due processioni distinte.

L’oscurità è quasi completa, con quelle poche lampade a rischiarare la via agli incroci. 

Il salmodiare del celebrante, intercalato dalla recita del rosario e di tanto in tanto dal coro del Miserere cantato dagli uomini e del “Gesù mio con dure funi” cantato dalle donne, in quel tremolare di lumi e candele, danno il senso di un dolore composto e pur vivo. 

Al rientro in chiesa dei due gruppi, il parroco, nella chiesa appena rischiarata da quelle poche candele e lumi, tiene l’orazione funebre per il Cristo Morto. È la predica scura, che viene vissuta con commozione intensa da tutto il popolo. La penombra della chiesa e le parole gravi intimoriscono i bambini ed anche i più grandicelli. 



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