San Benedetto da Norcia

Post Ivana Fiordigigli

Oggi 21 marzo 2022 ricorre la festività di San Benedetto e Franco Dino Lalli ha voluto offrire una accurata ricerca su questo Santo Monaco così importante per la nostra storia civile e religiosa, fondatore di un Ordine Religioso e della sua Regola.
Anche l'antico convento di Assergi e la chiesa "Santa Maria Assunta" sono di provenienza benedettina; vedasi la croce benedettina scolpita su pietra, presente sulla sua facciata principale. San Franco di Assergi è stato un monaco benedettino.


 SAN BENEDETTO DA NORCIA

di Franco Dino Lalli


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Esterno

Norcia: Piazza San Benedetto


San Benedetto nacque fra il 480 e 490 a Norcia in Umbria in una famiglia che apparteneva alla nobiltà provinciale e che di solito mandava i suoi figli a Roma per la carriera politica e amministrativa. Anche Benedetto partì per la capitale verso i 14 anni accompagnato dalla nutrice Cirilla. L'ambiente romano però fu molto poco entusiasmante per una persona come lui seria ed onesta che viveva, secondo la tradizione, in una casa in Trastevere dove poi sorse la chiesa di San Benedetto in Piscinula. Sarebbe dovuto rimanere per 5 o 6 anni, ma interruppe gli studi prima di completarli e con la nutrice lasciò Roma salendo con lei verso i Monti Simbruini a oriente della città. Questo suo abbandono fu dovuto probabilmente alla scarsa intenzione di dedicarsi alla carriera politica, anche per non affrontare la reazione dei genitori che l'avrebbero costretto sicuramente a riprendere gli studi e forse perché già si sentiva attratto dalla vita contemplativa.

Risalendo la via Tiburtina o la Casilina, Cirilla e Benedetto, arrivarono a Effidis l'odierna Affile poco lontana dalla conca di Arcinazzo Romano. Vennero ospitati nei locali della chiesetta di San Pietro che esiste ancora oggi. Sicuramente gli abitanti del paese, vedendoli stanchi, non vollero lasciarli partire e trovarono il modo di aiutarli. Lì Benedetto perfezionò la sua formazione religiosa con l'aiuto del parroco che gli affidò la prima istruzione dei bambini e gli diede una mano in chiesa.

In Effidis avvenne il primo miracolo. Un giorno il vaglio, crivello di terracotta col quale la nutrice puliva il grano, cadde dal tavolo dove era stato lasciato incustodito e si ruppe. Quando Cirilla tornò scoppiò in lacrime perché l’attrezzo non era suo, ma le era stato prestato. Commosso dal dolore della nutrice Benedetto si ritirò in camera sua a pregare e quando scese nuovamente in cucina il vaglio era miracolosamente ricomposto. Il miracolo fu conosciuto da tutto il paese e l’oggetto fu appeso alla porta della chiesa. 

Per Benedetto fu la fine di quella solitudine che aveva cercato fuggendo da Roma, perciò, si allontanò e senza avvertire la balia uscì dalla canonica e si diresse sui Monti di Subiaco. Superò i resti di ciò che era rimasto dell'antica villa di Nerone con il lago artificiale che poi avrebbe dato il nome al luogo Sublacum, sotto il lago, poi tradotto in Subiaco. Gli apparve un monaco di nome Romano, che viveva in un monastero alle dipendenze del superiore Adeodato. Benedetto si confidò con lui esplicando il suo desiderio di contemplazione e di penitenza e il monaco, dopo aver saggiato la sua fede, gli diede un abito di pelle di capra perché quel giovane non poteva certo chiudersi in una grotta con i vestiti da patrizio romano che indossava. 

Benedetto allora si sistemò in una piccola caverna che era esposta al sole per tutta la giornata a 500 m. d'altezza sul fianco ripidissimo del Monte Taleo, in prossimità di Subiaco e lì visse da eremita. Quella spelonca è oggi inglobata nel Santuario del Sacro Speco di Subiaco.

Sacro Speco di Subiaco

Santuario del Sacro Speco di Subiaco


Romano gli portava regolarmente un po’ di cibo calandolo dall'alto con una cesta alla quale era legata una campanella. Per tre anni Benedetto visse nella completa solitudine finché un giorno vide accostarsi alla caverna uno sconosciuto, il parroco dei dintorni, che quel giorno aveva avuto una visione. Il Signore gli aveva detto che, mentre lui si preparava dei buoni bocconi da mangiare, lassù sui monti un suo servo faceva la fame. Quando il prete tornò in paese non poté fare a meno di raccontare dell'incontro avuto con il Santo e perciò si venne a sapere dell'eremita. La solitudine di Benedetto così si trovò in pericolo. Un giorno dei pastori incuriositi giunsero fino alla grotta e colpiti da quella visione di un uomo vestito soltanto di pelle di capra gli offrirono le provviste che avevano con loro. Le visite aumentarono; uomini e donne salivano fino alla grotta per chiedergli aiuto e consigli. In tutti questi incontri con altre persone Benedetto era tormentato dall'immagine di una visitatrice che cominciò a insinuare in lui un desiderio carnale intensissimo e fantasie che lo portarono a una compromissione del suo equilibrio spirituale. Decise, perciò, di buttare tunica e tutto quanto e si gettò nudo sui cespugli spinosi che crescevano vicino alla grotta fino a che le escoriazioni non furono così dolorose da fargli scordare quelle immagini. Si narra da parte di storici francescani che San Francesco che passava in quel luogo nel posto dove lui si era rotolato innestò delle rose che si vedono ancora oggi in quel sacro luogo.

Ormai il suo periodo di vita eremitica era finito. Un giorno arrivarono da lui un gruppo di monaci che provenivano da un villaggio, forse da Vicovaro, che gli chiesero di reggere il loro cenobio perché era morto il loro superiore. Volevano rispettare la consuetudine orientale secondo la quale doveva essere un solitario a governarli anche se non fu facile convincerlo. Alla fine, l'eremita li seguì accettando il compito, ma subito si rese conto che i monaci erano anche turbolenti, ingordi e viziosi e si impegnò di correggerli con la sua severità. Quei monaci, pentiti per aver scelto un superiore così poco malleabile, decisero di liberarsene e siccome la sua carica era vitalizia non avevano altro modo di sottrarsi alla sua autorità se non uccidendolo. Pensarono di approfittarne durante il pasto perché secondo la consuetudine prima del pasto si offriva il vino all'abate. Attesero che lo benedicesse e ne bevesse il primo sorso con il veleno. Benedetto stese la mano per la benedizione e il vaso cade in frantumi. Altro non gli restava che lasciare il monastero e raggiungere di nuovo il suo eremo. 

L'episodio lo portò a essere molto diffidente, ma quando arrivarono moltissimi altri monaci da lui a chiedergli di diventare i suoi discepoli egli non poteva negarsi e così si formò un primo agglomerato di novizi che diventarono presto molto numerosi. Benedetto decise, seguendo l'esempio di Sant'Antonio, di dividerli in 13 cenobi composti da 12 monaci e governati da un abate. Ogni monastero aveva la sua cappella consacrata dal vescovo. Il Santo rimase a San Clemente sulla riva sinistra di quel lago che oggi non esiste più dal 305 quando, con un'inondazione straordinaria, le acque ruppero le chiuse e il fiume riprese il suo corso naturale. Si riservò comunque il governo di quella specie di congregazione monastica che non dipendeva dai vescovi ma direttamente dal pontefice. Benedetto curava soprattutto la formazione dei giovinetti. Tra questi vi erano Mauro e Placido che gli erano stati affidati da due aristocratici romani venuti a Subiaco a portargli i loro figli e questo ci permette di capire quanto era stimato anche negli ambienti romani, soprattutto negli ambienti patrizi.

A quel periodo risalgono altri episodi molto celebri della sua vita che hanno poi ispirato molti pittori come il Signorelli e il Sodoma che nel chiostro grande di Monte Oliveto, in provincia di Siena affrescarono la vita del Santo narrata da San Gregorio Magno. 

Un giorno gli si presentarono alcuni monaci che abitavano in tre monasteri in luoghi dove non c'erano sorgenti e volevano appunto che fosse risolto il problema perché ogni volta dovevano andare ad attingere acqua a valle e, nel risalire con quel peso lungo i ripidi pendii, rischiavano di precipitare. Benedetto promise di risolvere il problema. Di notte insieme con Placido s’inerpicò per la montagna, passò accanto ai monasteri fermandosi in un luogo desertico dove collocò alcune pietre una sopra l'altra e si fermò a pregare. Il mattino seguente i monaci tornarono e ordinò loro di scavare nel punto in cui avessero trovato i tre sassi. Così fecero e trovarono l'acqua.

Un altro giorno si presentò da lui un Goto che era un uomo molto semplice che gli chiedeva di essere ammesso al cenobio. Lo accolse volentieri e il mattino seguente gli ordinò di ripulire con un falcetto un terreno sulla sponda del lago che doveva essere trasformato in orto. Durante il lavoro, riferì Mauro all’abate, il goto aveva commesso un errore ed era molto mortificato e,  per questo, chiedeva una punizione. L'uomo aveva in mano il falcetto che era spezzato perché aveva messo troppa foga nel lavoro. Benedetto si fece consegnare il manico e il pezzo di falcetto, li pose sulla superficie del lago e quando lo rialzò il falcetto era perfettamente ricomposto. Poi incoraggiò il Goto a continuare il suo lavoro.

L'episodio più celebre fu quando Placido, che si era recato al lago per attingere acqua, aveva immerso il secchio in un punto dove la corrente era molto forte ed era scivolato nell'acqua che stava trascinandolo via. Benedetto avvertì miracolosamente il pericolo, chiamò Mauro che aveva scelto come aiutante, e gli ordinò di salvarlo. Il ragazzo si precipitò al lago, oltrepassò la riva e raggiunse l'amico camminando sulle acque, lo prese e senza interrompere la corsa lo riportò a terra. Soltanto allora si accorse del prodigio. Questo fu uno dei tanti miracoli di San Mauro che Benedetto mandò nelle Gallie con alcune reliquie della Croce per fondarvi un monastero.

La vita dei monasteri di Subiaco aveva bisogno però di una regola che si pensa che fosse dovuta proprio a San Benedetto giovane: era una regola di matrice egizia che era completamente contemplativa basata sempre sul silenzio, l'obbedienza e l'umiltà. Ogni giorno il monaco doveva dedicare parte del suo tempo al lavoro per guadagnare il suo sostentamento. L'unico lavoro proibito era quello agricolo secondo quanto avevano raccomandato S. Cassiano e gli Egizi.

L'atmosfera di pace che si viveva nel cenobio fu però tradita dall'invidia. Infatti, il curato della vicina parrocchia, un certo Fiorenzo, non certo un modello di purezza, che vedeva diradare i suoi fedeli che gli preferivano il Santo, era esasperato e decise di avvelenarlo. Inviò, tramite un messo, un pane benedetto che ogni volta i sacerdoti e vescovi usavano donare ai benemeriti della Chiesa in segno di amicizia. Benedetto prese tra le mani il pane, capì che era avvelenato e ordinò a un corvo, che ogni giorno veniva a trovarlo nella sua cella, di andare a gettarlo così lontano che nessuno potesse cibarsene e il corvo obbedì. Fiorenzo tentò ancora e inviò nel giardino del monastero sette danzatrici tutte nude che ballavano lascivamente. Dal monastero Benedetto vide la scena temendo che i suoi giovani monaci potessero essere distolti dal loro impegno contemplativo. Quella invidiosa ostilità da parte del parroco lo spinse a prendere una decisione che gli era stata anche suggerito dal Signore: recarsi in un'altra località per continuare l'apostolato.

Apparve subito chiaro che la persecuzione del parroco verso il Santo era l’occasione per abbandonare il luogo. Infatti, il Santo andò via e non tornò più sui suoi passi. A poche miglia da Subiaco venne a sapere che il prete era morto. Avendo saputo della partenza di Benedetto questi era salito esultante sul solaio del presbiterio per godersi la scena, ma mentre se ne felicitava, il pavimento era crollato e il poveraccio era morto fra le macerie. 

Prima di lasciare Subiaco, Benedetto provvide a riordinare i monasteri cercando un unico abate che li dirigesse. Era probabilmente il 529 d.C.




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Benedetto giunse a Cassino un'antica città dei Volsci che era stata conquistata dai Romani fin dal 312 a.C. Sulla montagna della città c'era un monte protetto da muraglioni possenti che le autorità gli concessero perché avevano interesse che i religiosi riutilizzassero gli antichi monumenti che rischiavano di rovinarsi. Sul monte vi erano infatti templi dedicati a Giove e Apollo ai quali si recavano i contadini pagani per sacrificare. I monaci si misero al lavoro e costruirono gli edifici per il monastero. Secondo il racconto di S. Gregorio il demonio si scatenò contro Benedetto e i suoi compagni rendendo immobili i blocchi di pietra necessari alla costruzione. Il demonio suscitò incantesimi spaventevoli abbattendo parte di quanto era stato costruito e facendo addirittura morire uno dei monaci muratori che venne però risuscitato dal Santo. Il Santo cominciò l'evangelizzazione di quei luoghi addirittura bruciando i boschi sacri pagani. 

San Benedetto scrisse la sua regola che era un superamento della precedente perché conciliava due correnti del monachesimo occidentale: quella contemplativa ispirata agli Egizi e quella che aveva come maestri S. Agostino e S. Basilio. La nuova regola ispirava più norme da rispettare che indicazioni spirituali. I monaci non erano più divisi per gruppi ma convergevano tutti verso la massima autorità, l’abate. La giornata era scandita dalla liturgia delle ore mentre di notte anziani e giovani dormivano vestiti in gruppo di 10 o 20 su duri giacigli con i fianchi stretti da cinture e funicelle. L’abate amministrava i beni di cui facevano parte anche quelli che i discepoli avevano voluto donare al monastero distribuendoli secondo le esigenze. Le attività quotidiane erano la preghiera, il lavoro e lo studio dei testi sacri per i quali era assegnato un tempo determinato mentre la meditazione e la ripetizione orale delle scritture occupava il discepolo per tutta la giornata. Nei secoli successivi la regola fu riassunta nel precetto di “ora et labora”. Quanto al lavoro era importante non solo perché evitava l'ozio ma perché rispondeva all'esigenza di guadagnarsi il necessario per vivere. Quando era indispensabile i monaci si dedicavano anche al lavoro dei campi al contrario di quando facevano gli Egiziani.

San Gregorio Magno racconta episodi nei quali si può osservare bene la comunità che viveva a Cassino e soprattutto i poteri spirituali di San Benedetto, la sua capacità di leggere il pensiero e vedere lontano da sé. 

Un giorno affidò a due monaci una commissione in un villaggio della vallata del Liri. Il viaggio fu lungo e i due cominciarono a sentire la fame. Decisero di bussare alla porta di una vedova devota presso la quale i monaci pernottavano quando erano costretti a fare lunghi viaggi. La donna li rifocillò con gioia.  Quando tornarono al monastero era già scesa la notte e i due religiosi si recarono dall'abate per domandargli la benedizione. Sapevano che erano in colpa perché la regola prevedeva il permesso di Benedetto per i pranzi fuori del monastero e cercarono di negare. Ma lui rispose che il suo spirito si accompagnava a loro e li osservava anche quando erano lontani.

Quando nel 535 scoppiò la guerra gotica, che fu una lunga guerra che precipitò l'Italia in uno stato miserevole, San Benedetto fece tutto il possibile per aiutare gli affamati attraverso le riserve del monastero. Un giorno il cellaio avvertì che erano rimasti soltanto cinque pani. L'abate osservò con amarezza che i suoi monaci erano di cattivo umore perché mancava il cibo e li rimproverò perché la loro fede, in questo modo, non era all'altezza della loro vocazione. Fece distribuire i pani ai più affamati e disse di non rattristarsi e che il giorno dopo ne avrebbero avuto in abbondanza. La mattina seguente, infatti, riferì l’ostiario che fuori la porta erano stati trovati tanti sacchi colmi di farina.

San Gregorio racconta altri miracoli di Benedetto: uno è importante perché si riferisce anche al re degli Ostrogoti, Totila. Nel 542 il re si recava verso Napoli e pose l'accampamento vicino a Cassino. Aveva saputo di questo abate straordinario che viveva in cima alla montagna e lo voleva conoscere.

Inviò alcuni uomini per chiedere il permesso della visita che gli fu subito concesso ma, al momento di recarsi a Benedetto, Totila cominciò ad avere paura di questo incontro e decise di inviare un suo messo travestito da sovrano con una scorta personale e un seguito armato. Benedetto all'ingresso del monastero vide giungere questo corteo e quando gli uomini furono quasi a una decina di metri si rivolse allo scudiero travestito scoprendolo. Così Totila che capì che non poteva mancare a questo incontro, si rivestì degli abiti regali e salì sopra al monastero. Quella volta Benedetto lo attese impassibile e aspettò che si inginocchiasse a rispettosa distanza e poi gli disse di alzarsi. Il sovrano non si muoveva e Benedetto dopo avergli rivolto l'invito gli si avvicinò, lo sollevò dolcemente, lo rimproverò di aver fatto troppo male fissandolo negli occhi e gli ordinò di smetterla. Gli predisse che sarebbe entrato a Roma, avrebbe passato il mare, avrebbe regnato per nove anni e il decimo sarebbe morto. Così, come riferito da S. Gregorio, dopo quel colloquio Totila si comportò meno crudelmente.




Luca Signorelli: Storie di san Benedetto


Storie di san Benedetto, 1497-98, Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, Asciano (San Benedetto incontra re Totila e gli dà il benvenuto).


Si narra che Benedetto aveva una sorella, Scolastica, che viveva in una cella in un piccolo monastero a Plumbariola, oggi Piumarola vicino ad Aquino. Sin da fanciulla si era consacrata al Signore nella verginità. Una volta l'anno Scolastica lasciava la sua cella per salire al monte a visitare il fratello che a causa della clausura non poteva certo riceverla nel monastero. Benedetto l'accoglieva fuori della prima cerchia delle antiche mura in una casetta al centro di un podere che apparteneva ai monaci. Erano i primi di febbraio dell'anno 547. Scolastica, accompagnata da alcune sue sorelle, salì alla casetta dove Benedetto, ormai sofferente di cuore, la raggiunse accompagnato da qualche monaco. Conversarono per tutta la giornata e poi al crepuscolo consumarono insieme la cena. Dunque, si intendeva che la sorella avrebbe pernottato lì, ma entrambi sentivano che sarebbe stato l'ultimo loro colloquio. La sorella disse al fratello di non lasciarla sola quella notte e di continuare a parlarle della vita eterna fino a quando sarebbe spuntata l'alba.

Benedetto la rimproverò per la sua proposta perché la regola gli vietava di pernottare fuori del monastero tranne per motivata lontananza da Montecassino. 

Scolastica non insistette, chinò il voto tra le mani che teneva incrociate come a nascondere il pianto, invece pregava. Ad un tratto scoppiò un temporale che si avvicinava e la tempesta si abbatté sul monte tra fulmini, vento furioso e scrosci d'acqua. Perciò tornare al monastero non era più possibile soprattutto per un uomo così anziano e malato com'era San Benedetto, il quale cominciò a lamentarsi invocando il perdono di Dio su ciò che stimava una malefatta della sorella. Lei rispose che l'aveva supplicato ma lui non aveva voluto ascoltarla e perciò aveva pregato il Signore che l'avrebbe esaudita. Così i due fratelli trascorsero insieme il resto della notte. Per tradizione, in ricordo di quella notte, è consacrata una chiesetta alla base occidentale del monte detta del Colloquio e ricostruita più volte nei secoli.

Santa Scolastica morì due giorni dopo esausta dal viaggio, il 10 febbraio 547, giorno che divenne la sua festa liturgica. In quel momento Benedetto stava pregando alla finestra della torre e ad un tratto verso Plumbariola, vide l'anima di Scolastica come una colomba volare nel cielo. Con inni e lode ringraziò il Signore della gloria concessa alla sorella e informò subito i monaci ai quali ordinò di andare a prenderne il corpo e di seppellirlo nella tomba che aveva fatto preparare per sé nell'oratorio di San Giovanni, in cima al monte, dove oggi è l'altare maggiore della basilica.


  statua di Santa Scolastica a MontecassinoSanta Scolastica, Sacro Speco di Subiaco 

Benedetto ebbe un'altra visione simile a questa quando, mentre vegliava di notte da una finestra, vide una luce abbagliante e in quella luce l'anima di un vescovo che gli era molto amico, Germano di Capua, trasportata in cielo dagli angeli in una sfera di fuoco. 

Benedetto qualche mese prima di morire tra il 547 e il 560 annunciò ai suoi monaci la sua morte. Con sei giorni di anticipo fece aprire il sepolcro dove era sepolta Santa Scolastica e dove aveva preparato la sua tomba. Colto da febbri altissime, forse da una polmonite, nei giorni seguenti continuò a peggiorare e nel sesto giorno si fece portare all'oratorio dove si comunicò ed espresse il desiderio di morire in piedi. Mentre tre monaci lo sorreggevano, levò le braccia verso l'alto e morì il 21 marzo. Quella data fu la sua festa fino alla riforma del calendario liturgico e ispirò il detto” San Benedetto, la rondine sotto il tetto”.

Nel 1970 la sua festa è stata spostata all'undici luglio perché non cadesse in periodo quaresimale quando secondo le disposizioni del nuovo ordinamento non bisognava fare feste o memorie obbligatorie di santi in modo che il ciclo dell'anno liturgico risplendesse nella sua piena luce. Pare che già dall'ottavo secolo la festa liturgica fosse stata spostata per evitare il tempo quaresimale. Successivamente l'undici luglio divenne la commemorazione della supposta traslazione delle ossa di San Benedetto con quelle della sorella a Fleury in Francia dopo la devastazione del monastero compiuta dai Longobardi fra il 581 e 589. 

Nella cattedrale di Brescia si conservano le reliquie del braccio di San Benedetto che erano state inviate da Cassino alla prima metà dell'ottavo secolo quando era stata appena ricostruita la nuova abbazia. L'abbazia venne distrutta da un terribile terremoto nel 1349, fu ricostruita e poi ampliata nei secoli successivi e fu danneggiata dai soldati rivoluzionari francesi nel 1799 e rasa di nuova al suolo nel 1944 dall'esercito degli anglo americani. La ricostruzione del dopoguerra ha cercato di riprodurre fedelmente le architetture distrutte.

Il 24 ottobre 1964 Paolo VI proclamò San Benedetto patrono d'Europa perché il suo ordine, che si era irradiato in tutto il continente europeo, coltivava una visione unitaria del mondo occidentale che trascendeva popoli e culture e, grazie al lavoro di amanuensi dei monaci benedettini, gran parte della cultura classica è stata tramandata fino a noi e non va dimenticato il contributo che essi diedero al paesaggio occidentale in una società prevalentemente agricola non soltanto coltivando le terre che erano loro affidate, ma plasmandole secondo un ordine ideale.







Notizie tratte da Alfredo Cattabiani, Santi d’Italia, BUR Rizzoli, 2018, immagini tratte Wikipedia e altri siti internet.

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