Marzo di Arturo Onofri (angolo della poesia)

 Post di Ivana Fiordigigli


Qualche notizia sul poeta Arturo Onofri

Arturo Onofri nacque a Roma il 15 settembre 1885 e morì il 25 dicembre 1928, a 43 anni. Compiuti gli studi classici si dedicò agli studi letterari e filosofici e alla critica letteraria; nel 1912 fondò la rivista Lirica, (1912-13), che rivelò alcuni giovani scrittori romani, ma collaborò anche alle principali riviste del tempo, quali la Nuova Antologia, La Voce, Le Cronache Italiane.

Iniziò a scrivere poesie a soli 18 anni. Partendo da una formazione pascoliana e dannunziana e dai poeti francesi si accostò man mano ai poeti crepuscolari, ai futuristi, ma successivamente la sua personalità emerse con decisione – a partire da Arioso (1921) – dando vita a nuove concezioni estetiche. Sull’elemento fantastico prevalse allora l’elemento spirituale.

Egli iniziò a trovare la propria forma espressiva nella ricerca e celebrazione dell’elemento spirituale, segnato dall’incontro con Rudolf Steiner (Le trombe d’argento (1924), il ciclo di liriche Terrestrità del Sole (dal 1927 ) – che comprende: Terrestrità del Sole, 1927; Vincere il Drago!, 1928 e le opere postume

La poesia è una ricerca della verità e il lettore viene esortato a compiere la stessa trasformazione interiore del poeta e della sua creazione: ricercare, ritrovare e ricelebrare il divino nel terrestre diviene il segno della nuova arte poetica.

Onofri affidò al poeta il compito fondamentale di "toccare con la magia della parola l’essenza spirituale dell’universo e sperimentò anche una lingua poetica in cui le parole fossero sottoposte ad una serie continua di “rifrazioni” capaci di evocare la presenza armoniosa dello Spirito Uno in tutto il cosmo".
Dando alla poesia tale compito Onofri sperimentò svariate strutture formali: la creazione di una serie di parole uniche composte dall’accostamento di sostantivi (turchinìo-vertigine, uomo-universo, fremito-carne) o di verbi e sostantivi (occupa-cieli, volersi-potenza, volersi-individuo) o di avverbio e sostantivo (sempre-inizio) o di interi sintagmi (balenano-mio-corpo, non-volerci-uomini-in-Dio) per rappresentare le misteriose corrispondenze fra tutti gli esseri dell’universo.
Privilegiò anche il frequente ricorso a metafore («zampilli d’astri», «prati di tenerezza», «ditirambico organo dei pini», «oceani di canti») e a verbi inusuali («smiracola», «risfolgora», «alia», «trasvola» «trasento», «sinfònia», «si librano», «raggia»).





Marzo 
di Arturo Onofri
da "Vincere il Drago"

Marzo, che mette nuvole a soqquadro
e le ammontagna in alpi di broccati,
per poi disfarle in mammole sui prati,
accende all’improvviso, come un ladro,
                     un’occhiata di sole,
                     che abbaglia acque e viole.

Con in bocca un fil d’erba primaticcio,
Marzo è un fanciullo in ozio, a cavalcioni
sul vento che sepàra due stagioni;
e, zufolando, fa, per suo capriccio,
                              con strafottenti audacie,
                              il tempo che gli piace.

Stanotte, fra i suoi riccioli, spioventi
sul mio sonno a rovesci e a trilli alati,
il flauto di silenzio dei suoi fiati
vegetali svegliava azzurri e argenti

                    nel mio sognarlo, e fuori
                    ne son sbocciati i fiori.

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