7 - Giochi: A caccia di… di Giancaterino Gualtieri

Post di Ivana Fiordigigli

In una società agricolo-pastorale, in parte piccolo-artigianale e manuale, con un commercio limitato ad integramento della produzione locale, dominava e si  imponeva il mondo della natura. 

Anche i giochi di quei tempi trasmettono, in ciò che viene messo al centro, negli oggetti che si costruiscono per il divertimento, nel tipo di azioni che si svolgono, nell'uso del dialetto, l'importanza data a tutto il mondo locale naturale, sia esso vegetale (flora spontanea o di coltivazione) e faunistico (fauna locale o animali da allevamento e da lavoro.

Ed ecco che Giancaterino Gualtieri ci riporta a tutto questo, nel capitolo "A caccia di..." risommergendoci nella natura.

Questi giochi oggi sembrano lontani, di "un mondo che fu" e non è più lo stesso. I dettami dei vari movimenti ecologici, animalistici, ambientalistici inorridiscono davanti a certi passatempi che avevano, come bersaglio dei ragazzi, specie e razze oggi protette e controllate. 

Ma lasciamoci andare alla fantasia e nostalgia di giochi di un tempo in cui la natura fioriva e non la sentivamo a rischio, i campi erano ancora coltivati, spesso a mano o con rudimentali strumenti, anche in zone difficoltose o su pendii, e i giochi erano semplici, trovavano i loro materiali nei terreni vicini o nel bosco o fra le pietre,o fra le strade polverose e permettevano a schiere di ragazzini di mimare lavori degli adulti, soddisfare l'appetito con gemme, bacche selvatiche, prodotti del bosco. Si animavano così scene di "caccia..." in mezzo alla natura, alla ricerca di prodotti ambiti, ma spesso, oggi, dimenticati.



 A caccia di…

di Giancaterino Gualtieri

 

Foto: carciòfene pèzze (Carlina acanthifolia)




a) … bulbocastani (gli ciaciauàtte);


In primavera i ragazzi in gruppi ricercano attivamente il bulbocastano (Bunium bulbocastanum L. o più probabilmente Bunium petraeum Ten., il bulbocastano abruzzese) (1) tra l’erba alla Macchia, localizzando il germoglio appena spuntato che viene poi scavato per trovare il gustoso piccolo tubero globoso. 


(1) Il termine dialettale è un perfetto francesismo. Nella lingua francese “cacahuète” indica l’arachide o nocciolina americana, il cui frutto matura sotto terra e quindi deve venire scavato come il bulbocastano.  

Questo francesismo, insieme a tanti altri del nostro dialetto, è la spia di quanto dieci anni di dominazione francese dei napoleonidi (prima Giuseppe Napoleone e poi Gioacchino Murat Napoleone), tra il 1806 e il 1814 abbiano lasciato il segno nelle popolazioni del regno di Napoli.




b) … mandorle fresche e carciofi selvatici (gli mmannelìgglie i gli scarciòfene pèzze);

A primavera le prime mandorle fresche [(Prunus dulcis (Mill.) D.A. Webb.)] (gli mmannelìgglie) attirano l’attenzione dei ragazzi e degli adulti. 

I ragazzi spesso fanno delle spedizioni in gruppo sguinzagliati alla ricerca e se ne empiono tasche e ne empiono lo spazio fra la camicia e la pelle del petto (le petterète) quando le tasche traboccanti non ne reggono più. 

Quelle non ricoperte da lanuggine (gli ‘mmannelìgglie tìuse) sono assai ricercate e se ne fanno delle gran mangiate. Legano un po’ i denti e spesso danno qualche mal di pancia, ma sono deliziose con il loro sapore di fresco.


I pastori, ma anche i ragazzi quando si trovano in campagna e i mietitori negli spostamenti da un terreno da mietere ad un altro, cominciano da luglio a ricercare i sui pendii aridi i primi grossi capolini di gli scarciòfene pèzze (Carlina acanthifolia All. subsp. acanthifolia; carlina acaulis L.) liberandoli dalla corona di pungentissime foglie spinose con l’immancabile coltello. 

Sono saporitissimi e notevolmente indigesti a crudo, ma certo non per lo stomaco di ferro di gente abituata a mettere sotto in denti tutto ciò che è commestibile.




c)… lumache (le ciammarùche);


Maggio è il momento migliore per andare per lumache (pe ciammarùche)

Ci vanno un po’ tutti a lumache, poveri e ricchi e per chi ha problemi per mangiare ogni giorno sono una mano santa. Ma per i ragazzi il fascino è quello dell’avventura, specie in gruppo. 

Dopo una pioggerella anche leggera, le lumache escono a pascolare e si possono raccogliere a piene mani tra l’erba, sulle pietre dei muri a secco (le muràgglie), sul ciglio delle strade. La bava solidificata lascia leggere strisce brillanti al sole giocherellone che gioca a nascondino con le nuvole.

Le più ricercate sono le lumache a carne bianca, sia quelle piccole e bianche della montagna: le ciammarùche bblànche de le tìume (1) de la muntàgna (le chiocciole bianche che vivono sul timo molto comune in nei prati aridi dei monti di S. Benedetto) sia quelle a strisce marroncine come il saio dei frati (le fratacchióle – Helix vermiculata).

Solo chi conosce bene i posti può sperare di raccogliere le lumache enormi a guscio appena strisciato color nocciola (le ciammarùche ròsse - Helix pomatia-), quelle che mangiano i francesi per intenderci.

Si trovano soltanto alla vallecola del Colle di Sant’Antonio (a gliù Còlle Santantònio), giù per la Valle Nicola (abbàlle la Vadenecóla), alle Nedera (àlle Nédera) e alla Casella (àlla Casèlla). 

Le lumache si lasciano spurgare un paio di giorni dentro un tino di legno (nu tenàcchie) con due pugni di cenere sul fondo (che ddù pudélle de ciòna a gliù fùnne) e coperto con un asse per lavare i panni (na priàtela) per evitare che escano fuori. 

Si bada bene a fare più volte la cernita scartando attentamente quelle che non escono fuori dal guscio. Sennò a cosa serve il proverbio: Chi móra de ciammarùche i ffùgne fésse chi si gli plàggna? ossia: Chi muore di lumache e funghi fesso chi lo piange? (2) 

Si buttano rapidamente in acqua bollente, prima che abbiano il tempo di ritirarsi dentro il guscio. Si mangiano così lesse al naturale tirandole fuori con una forchetta o meglio con un pezzetto di legno a cui si fa la punta con il coltello a serpetta (che nu cìppe appezzutàte che la runchétta). Le lumache sgusciate si possono fare anche fritte dorate o in zuppa con un sughetto di conserva di pomodoro (gliu stràtte) preparata l’estate


(1) Timo, in senso lato. Si tratta in realtà dello zolfino [Helicrysum italicum (Roth) G.Don subsp. Italicum

(2) Sarà che le cause di morte una volta erano così tante, che aggiungercene qualche altra scriteriatamente veniva ritenuta cosa così irrazionale e sciocca, che veniva ritenuto altrettanto sciocco piangerlo il tizio in questione. I rischi di incappare in funghi velenosi o in qualche lumaca morta e quindi pericolosa per le carni avariate, erano quindi ben presenti anche nei tempi andati. E la precauzione era il proverbio stesso, che tutti conoscevano e che metteva quindi in guardia da rischi reali. Ancora di più si deve apprezzare la deterrenza psicologica e didattica del proverbio, se si tien conto che, con la fame che si pativa allora, funghi e lumache non si raccoglievano per ghiottoneria, ma la loro raccolta era sistematica perché erano cibo da mettere sotto i denti.




d)… rane (le ranòcchie);

E poiché la carne è un lusso per ricchi e si mangia solo in qualche pranzo di nozze o quando muore qualche gallina o qualche pecora vecchia, assai ricercate sono pure le rane (le ranòcchie).

Si catturano dopo le piogge tra l’erba intorno ai laghetti (gliù làche allié, gliù lachìtte Santenecóla, gliù lachìtte de Callepiàtre) e intorno alle fonti e al fontanile del lago (a gliù funtanìne de gliù làche allié) quando escono dall’acqua e si allontanano anche di parecchi metri. Bisogna essere svelti e mettersi fra loro e l’acqua, altrimenti con rapidi salti riguadagnano l’acqua. Così però se ne catturano poche.

Perciò la tecnica migliore è quella di catturarle in acqua, nelle notti di luna piena, entrando in acqua e cercando di sorprenderle da dietro, senza farsi vedere e quasi senza muovere l'acqua.

Qualcuno invece nelle scure notti di luna nuova usa una lanterna accesa e le ranocchie rimangono quasi istupidite a fissare quella luce puntata su di loro e non scappano via.

Comunque, specie in primavera quando vanno in amore e il gracidio dei maschi riempie le notti serene, sono meno prudenti e si lasciano prendere con una certa facilità. 

Si ammazzano prendendole per le zampe di dietro e sbattendole contro uno spigolo. Sono un po’ difficili da scuoiare e c’è poco da mangiare, tolte le cosce di dietro grassottelle, ma fanno un sughetto straordinario o si mangiano infarinate e fritte, tritando ossa e tutto, come fossero patatine fritte croccanti. E’ opinione comune che i mesi migliori per mangiare rane siano i mesi con la erre (erre come rana per simpatia), ma nei mesi estivi, erre e non erre, a rane ci vanno tutti perché sono belle e grassottelle.



e)… nidi (gli nìde);

Piuttosto frequentemente in primavera in mezzo ai tralci frondosi e nelle biforcazioni delle viti si trovano i nidi di uccellini, principalmente cince (le cràsteche?) (1) ma anche di qualche cardellino o altri uccellini, già con le prime uova. Dal colore, la picchiettatura e la forma, l’occhio esperto riconosce di quale uccello è il nido.La madre, disturbata nella cova, è volata via, ma staziona nei pressi e l’occhio allenato del contadino la trova posata sui rami degli alberi o arbusti vicini. 

Si lavora con cautela sui tralci in modo da non danneggiare il nido o peggio di far cadere le uova con manovre maldestre. Anzi le uova non vengono neppure toccate, perché è credenza generale che la madre riconoscerebbe che il nido è stato manomesso e abbandonerebbe quel nido e le uova per iniziare altrove una seconda cova.

In genere dei nidi di cràsteche (1) trovati non si fa neppure cenno ai figli ragazzini, per evitare che entrino nella vigna e facciano danni ai filari, ma a volte in un momento di tenerezza l’esistenza del tesoro viene rivelata, facendo la gioia dei figli. 

Ma i ragazzi appena possono, e rubando il tempo a qualche lavoro in campagna (ben consci delle pesanti conseguenze che ne conseguiranno, a suon di schiaffi ed… altro), vanno gioiosamente per nidi. Ognuno ha i suoi nidi e li visita da custode geloso, quando può, per seguire la schiusa e l’andamento della nidiata. A vedere i nidi si portano solo gli amici più fidati e con patto di vedere poi i suoi nidi.


Sàccie nu nùde de cardìgglie                                     So un nido di cardillo

a na mallùccia a gliù pùzze de Prìgglie,                ad un mandorlo al pozzo di Perillo,

nen te gli’nzégne senné ti gli pìgglie.                     non te lo insegno sennò tu lo pigli.


Sàccie nu nùde de curnàcchia                              So un nido di cornacchia

a nu stérpe a Pedelamàcchia,                            ad una quercia a Piedi La Macchia,

iù te le dùche ma che’n se resàccia.                    io te lo dico ma che non si risappia.


Sàccie nu nùde de calandrèlla                                  So un nido di calandrella

tra le ràne a la Casèlla,                                            tra il grano alla Casella,

se gli tuàcche te fàcce la pèlla.                                 se lo tocchi ti faccio la pelle.


Sàccie nu nùde d’ariaruàre                                   So un nido di oriolo

a na nucélla àgli Carevemuàre,                            a una nocella al Colle del Moro,

iù ti gli ‘nzégne, ma se ci vià suàre.                     io te lo insegno, ma se ci vieni solo.


Sàccie nu nùde de puppù                                          So un nido di cuccù (upupa)

a nna mmàlla de Cuccurucù,                                    ad un mandorlo di Cuccurucù,

i mo’ nen te ne dùche cchìù.                                     e mo’ non te ne dico più.


Ci si infila fra fratte e macchie, dovunque si vede un uccello volare, cercando di scoprire la presenza del nido, pungendosi fra gli spini di rosa canina (le chiùchieme de le róse gliù puppù), guardando di sottecchi e cercando le condizioni di luce migliore, fra le foglie, alla biforcazione dei rami, dentro i rami svuotati dalla carie del legno, dentro i fori dei picchi.

I nidi più ricercati, anche dagli adulti, sono quelli di cornacchie, ma non sono alla portata di tutti, perché sono in genere ubicati sui rami più sottili ed alti delle querce alte, degli altissimi olmi (gli pluàppe) o delle piante di noci. Per i ragazzi riuscire a prendere una giovane cornacchia (na curnacchióla) poco prima che lasci il nido è un sogno e chi ci riesce sale molto nella considerazione degli altri ragazzi. Le cornacchie si ammaestrano bene, si affezionano e diventano un giocattolo vivo. Il fortunato possessore diventa il gestore invidiato, adulato e bizzoso di un gran circo paesano e tutti gli altri ragazzi li tiene in mano col giochino del sì o no a vedere, toccare e giocare con il giocattolo vivo. Sicché per farsi amico il fortunato possessore conviene andare a caccia di ranocchie al lago, con cui nutrire la grassoccia cornacchia. Per gli adulti una grassoccia o in genere due o tre grassocce cornacchie giovani, prese appena prima dell’involo, rappresentano un lauto pasto, meglio di giovani grassocci piccioncini appena presi dalle buche della piccionaia (che solo pochi hanno). Da adulte la carne di cornacchia è dura e fibrosa, ma da giovani altro che quaglie.

Tra il grano che comincia ad imbiondire trascorre il canto monotono delle quaglie.

I ragazzi vi fanno particolare attenzione, cercando di individuare il terreno in cui l’animale sta nidificando. Il canto lontano e non localizzabile delle quaglie illude tutti i ragazzi. 

Ad ognuno sembra di sentire la quaglia nel proprio terreno e non si vede l’ora di andare a mietere quel campo. La speranza è quella di riuscire a catturare qualche pulcino di quaglia quando si mieterà quel campo.

(1) Probabilmente sotto il nome Cràsteca si individuano molte specie di passeracei assai simili, che nidificano nelle siepi, cespugli e quindi anche nelle vigne, tipo la cincia bigia. Il nome potrebbe essere derivato dal verso onomatopeico dell’uccelletto. La cràsteca non gode di buona fama, essendo ritenuto un uccello poco furbo, da cui il detto paesano: Scì pròprie na cràsteca, tià la còccia de na cràsteca (sei proprio una cràsteca, hai il cervello di una cràsteca).



f)… lucciole (le lucecappèlle);

Intanto a fine giugno cominciano a fare la loro apparizione le lucciole (le lucecappèlle). 

La sera tutti i bambini e ragazzi si dedicano alla caccia delle sfuggenti lucciole, cercando di confinarle in una scatola di latta o, i più fortunati, in un barattolo di vetro che si accende meravigliosamente di improvvise minuscole luci. 

I più bravi sono in grado di catturare una lucciola femmina tra l’erba, un bel verme nero di un paio di centimetri con l’addome che brilla di luce continua e non ad intermittenza, come per i maschi. 




g)… cicale (le cicàle);


Altra caccia che improvvisamente d’estate accende d’ardore i pomeriggi assolati di un gruppetto di ragazzini, di norma capeggiati da qualche ragazzotto più ragazzino di testa, è quella delle cicale (le cicàle).

Catturare le cicale che friniscono inebriate di sole e di amore sui tronchi degli alberi già a poca distanza dal paese non è né agevole né facile.

Bisogna attraversare spesso biondi campi di grano, che aspetta solo di essere mietuto, ed è come camminare nella neve, con le spighe che si intrecciano fra le gambe e ostacolano notevolmente l’andare. Ci si mette allora in fila per sfruttare la pista del ragazzo più grande ed arrivare all’albero prescelto, spesso posizionato proprio in mezzo al campo.

Va da sé che è un andare pericoloso perché, se visti dalla guardia campestre, come minimo bisogna battere in rapida ritirata per evitare calcioni e schiaffoni.

Peggio se visti dal padrone del campo o da qualsiasi altro abitante di S. Benedetto. A sera i genitori sanno già della cosa e poiché il grano è sacro, anche un minimo danneggiamento di un campo proprio o altrui viene visto come colpa assai grave che domanda adeguata punizione.

E quando a notte, dopo aver aspettato e sperato di poter evitare una buona mazziata, si è costretti dalla fame a rientrare in casa, l’ira accresciuta di mamma e papà, adeguatamente dimostrata, provvede a togliere dalla testa di quei “garibaldi (1) delinquenti” la voglia di riprovarci (almeno finché il ricordo e i postumi della mazziata rimangono vivi e visti.)

E poi le cicale sembrano prenderci gusto a fregarti. Tu arrivi all’agguato strisciando come un gatto, la cicala è lì placida e beata a cantare, tu sicuro allunghi la mano a coppa per intrappolarla e quella disgraziata vola via un attimo prima che arrivi la tua mano, frinendo in tono altissimo e sfottoso e lanciandoti contro un getto di liquido, che è meglio non far analizzare.

Se sei bravo qualcuna più innamorata e imbambolata l’acchiappi. Se sei fortunato riesci anche a trovare qualche coppia in piacevoli faccende affaccendate, che hanno altro a cui pensare che uno stronzetto vada a rompere le uova nel paniere proprio in quel momento.

Tornati in paese il cacciatore più fortunato e bravo conta le sue prede e se ne fa vanto, dopo di che le povere cicale mezze schiacciate, se sono ancora vive e ce la fanno, possono anche riprendere uno stanco volo.



(1) Pensando per un attimo ai piemontesi e alla cosiddetta Unità d’Italia, (sarebbe meglio chiamarla la  conquista piemontese del Regno del Sud)  per contrappasso o per una forma di rivalsa (o di giustizia?), nelle terre del sud Garibaldi, moderno quanto ingenuo capitano di ventura, che il governo piemontese ha  maneggiato da gran burattinaio (salvo poi a prenderlo a calci nel didietro quando questo fanciullone, che ci aveva preso gusto, voleva continuare a giocare a fare la guerra) è stato visto e ritenuto un gran  delinquente fino a qualche decennio fa. 

Quando eravamo ragazzi, per rimarcare pesantemente le nostre malefatte gravi, mamme, padri, nonne, comari e vicine ci chiamavano, e il tono non prometteva niente di buono: “Garibaldi!” 

Altro che eroe dei due mondi, che la retorica e la storiografia piemontese ci ha imposto poi per cento e più anni! Ma certe figure, da morte, possono servire quanto e più che da vive. 



h)… passerotti e passeretti (pèssere i passarìtte);

Quando il paese è coperto di neve i ragazzi si dedicano con impegno a cacciare con trappole i passerotti affamati.

Una tagliola di fil di ferro viene nascosta e mascherata con una manciata di pula tra la neve, ben mimetizzata per ingannare i passeretti. Qualche chicco di grano per esca viene sparso fra le ganasce della tagliola. 

Ci si nasconde dietro lo spigolo di una casa, lontana quel tanto da non mettere in allarme gli uccellini, ma vicina quel tanto da tenere sotto controllo ogni movimento e da poter correre ad afferrare il passeretto capitato nella tagliola prima che qualche gatto affamato arraffi tagliola e passeretto e, vada per il passeretto, ma il guaio è poi quello di recuperare la preziosissima tagliola in qualche pagliaio vicino.

In genere qualche tentativo riesce, per la gioia e la soddisfazione del proprietario della tagliola e della banda di amichetti complici.

Commenti

Post popolari in questo blog

L'Acqua di San Franco e la tradizione.

Giochi di una volta ad Assergi: PALLA BATTIMURO (lab. Memorie)