6 - Giochi di società. di Giancaterino Gualtieri

Post di Ivana Fiordigigli

Il gioco "Gliù Cucuzzare" è presentato in una sua realizzazione abbastanza suggestiva, viva e divertente nella cornice di una delle grotte, che anni fa, intorno alla metà del Novecento, alla sera ancora si riempivano di uomini di tutte le età che avevano finito di "rigovernare" gli animali, donne che lavoravano (maglia, rammento, cucito, uncinetto, filatura della lana o della canapa, ecc..., ecc...), fanciulle, giovanette, bambini e bambine. Andare "alla grotta" o "alla stalla" la sera e ritrovarsi tra vicini di casa o di rione era un modo di passare il tempo, scambiare quattro chiacchiere, lavorare, divertirsi ed era anche un modo per scaldarsi insieme e risparmiare sia legna da ardere nel focolare di casa, sia illuminazione e quanto altro.

Giancaterino Gualtieri abilmente presenta la strategia del gioco e, soprattutto,  il saper scegliere il giusto "cocuzzare", cosa che avrebbe contribuito alla giusta riuscita del gioco e, soprattutto, al divertimento finale con la storia dei "pegni" da "spegnare" di fronte al pubblico.

Abbiamo in questo sito parlato qualche tempo fa di come in Assergi ci si riuniva alla sera e fino a tarda ora in determinate stalle con grotta; si possono consultare i seguenti post:

  • "Stalla, ambiente di lavoro e di incontro" pubblicato il 28 gennaio 2021.
  • "La stalla in un racconto" pubblicato il 29 gennaio 2021. Qui si riportano dei passi del racconto Sposa di Stalla, tratti dal libro Racconti del Vento, autore Franco Dino Lalli, Edizioni Orient Express, Castelfrentano, giugno 2007. Ne emerge una scena animata e realistica di quel piccolo angolo di mondo, al di fuori del tempo e dello spazio solito, che doveva essere la stalla, punto di incontro, di socializzazione, di lavoro di una società che non esiste più, se non nei ricordi.



Giochi di società


(Gliù) Cucuzzare. (il venditore di cocuzze = il venditore di zucche)



Questo gioco è d’elezione nelle lunghe ore noiose (solo per qualcuno) che si vivono dal tardo autunno alla tarda primavera nelle “grotte della notte”.


In genere partecipa tutta la popolazione della grotta della notte, maschi e femmine adulte (e nella società contadina si è adulti assai presto), con la sola eccezione di qualche giovinetta più timida e vergognosa (nel prosieguo del gioco si capirà perché). Non partecipano bambini e bambine, che stanno attenti e zitti (ad evitare qualche schiaffone degli adulti, che, distratti dal vociare, perdono il filo del gioco) a guardare.

Il cocuzzaro, scelto o che si autopropone, conduce il gioco. Gli altri giocatori vengono numerati dal cocuzzaro e ciascuno deve ricordare il suo numero.

In genere si parla italiano, segno che è un “gioco importante”.


“Sono andato all’orto a cogliere… (e qui il cocuzzaro fa una pausa studiata guardandosi intorno e poi di botto) quattro cocuzze”, recita a voce alta velocemente il cocuzzaro.


“Perché quattro” deve immediatamente replicare il giocatore numero quattro chiamato, pena il pagamento di un pegno che può andare da un fazzoletto, una pipa, una sciarpa, un panno che si sta rammendando, la calzetta che si sta sferruzzando, la mazzarella reggiferro, etc. tutti oggetti utilizzati al momento.


“E quante sennò?” ribatte il cocuzzaro.


“Sette (cocuzze)” controbatte il chiamato.


“E perché sette?” grida velocemente il giocatore numero sette chiamato.


“E quante sennò?” gli risponde il giocatore numero quattro.


“Due (cucuzze)” chiama il giocatore sette.


“E perché due?” grida velocemente il giocatore numero due chiamato in causa.


“E quante sennò?” gli risponde il giocatore numero sette.


“Tutto il cucuzzaro” grida il numero due ripassando la palla al cocuzzaro.


“E perché tutto il cucuzzaro?” risponde di rimando il cocuzzaro.


“E quante sennò?” gli risponde il giocatore numero due.


“Cinque” grida ridendo il cocuzzaro perché ha visto che il giocatore cinque sta distratto e non risponderà in tempo così pagando pegno.


E’ chiaro che ogni giocatore, proprio per rendere il gioco interessante ed eccitante cerca di chiamare il giocatore che vede distratto, perché il bello del gioco è ammassare il maggior numero possibile di pegni che poi i proprietari dovranno “spegnare”, eseguendo alla lettera la penitenza imposta dal cocuzzaro per riavere il pegno dato. 

Va da sé che il cocuzzaro scelto fra gli “abitanti della grotta” è il più scaltro e il più scherzoso, capace di inventarsi nuove penitenze per rendere la fase finale, che è la più attesa e giocosa, la più interessante e ridanciana.

Anche se in genere poi “le penitenze” sono quelle di prammatica, che tutti conoscono e si aspettano solo che il cocuzzaro le distribuisca ai penitenti giusti.


La penitenza più imposta, soprattutto a donne giovani, è di pronunciare velocemente dieci volte di seguito la frase: “Cane pazzo, pazzo cane”. 

Tutti sono attentissimi perché si aspettano che nel velocizzare la frase la penitente inverta qualche lettera fatale ed esca la parola “cazzo”, al che l’uditorio tutto (compresi i ragazzini) scoppia nella più matta delle risate, tra il rossore della penitente (qualche penitente ragazza più birichina e qualche donna sposata invece di arrossire si uniscono al coro delle scomposte risate). E’ chiaro che la penitente a quel punto deve ricominciare la galoppata verbale e la cosa può andare avanti anche per decine di tentativi prima di riuscire a pronunciare correttamente e velocissimamente il nonsense e poter “spegnare” il pegno dato.


Altra penitenza assai apprezzata (dal popolo della grotta) è quella di imporre di ripetere dieci volte (sempre a donne giovani e… belle) lentamente (questa volta) la frase: “Iù vài a Gerusalemme sènza rìde i ssènza plàggne (e stavolta è ammessa la commistione italo-sanbenedettina) facendo il giro della grotta tra asini, mucche, telai, arcolai, sgabelli a tre piedi occupati da donne, uomini in piedi o appoggiati alla mangiatoia.

Tutto il popolo della grotta si accanisce sulla malcapitata penitente cercando in tutti i modi di farla ridere (che di farla piangere non è il caso, a meno di prenderla a schiaffi, pugni e calci), stringendola d’assedio anche con contatto fisico (ecco perché di norma questa penitenza non si dà ad omaccioni) sciorinandole sotto il naso le più pazze baggianerie, tentando a volte anche di farle il solletico, per costringerla a ridere.


Altra penitenza di prammatica è quella di comandare al/alla penitente di andare a dare un bacio a questa o a quello. Il cocuzzaro bravo sa scegliere le coppie, conoscendo ognuno tutto di tutti, compresi i sentimenti che si credono nascosti o le rivalità, vecchi e nuovi rancori e anche prendendo di mira giovanette vergognose che, si sa, cercheranno in ogni modo di rifiutarsi di farsi baciare sia pure sulla guancia (che vergogna!), manco venissero sverginate in pubblico o di baciare il tizio imposto. Le uniche giovanette che accettano di farsi baciare o di andare a baciare, sia pure facendo un po’ di scena, sono quelle cui il cocuzzaro sceglie il fidanzato pubblico o il fidanzato “in pectore”, sotto lo sguardo compiaciuto, enigmatico o furente delle mamme presenti. 

Qualche volta il cocuzzaro figlio di buona mamma impone questa penitenza a qualche ragazzotto timido, che arrossisce al solo pensiero di dover baciare una donna (in pubblico poi!). 

Se il cocuzzaro è anche cattivello va da sé che la prescelta che si manda a baciare è una vecchia o la più vecchia della grotta e questo capita ad uomini non più giovanissimi che (si sa) si credono grandi tombeurs de fèmmes o giù di lì. E tutti a ridere e ad approvare la scelta indovinata del cocuzzaro.


Riavuti tutti i pegni, la grotta della notte ridiventa un laborioso opificio dove le mani vanno da sole e il cervello e la bocca continuano a riandare alle penitenze con i pensieri e i commenti di rito. 

























































































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