5 - Giochi di ragazzi e ragazzotti di Giancaterino Gualtieri

 Post di Ivana Fiordigigli

Alcuni di questi giochi, e anche la costruzione di alcuni di questi attrezzi per giocare, li abbiamo a suo tempo raccontati per Assergi nel Laboratorio della memoria con Franco Dino Lalli e con Gino Faccia: alcuni "fischietti", la "carrozza", le "gnaccole" per la Settimana Santa, e altro. E' interessante confrontare quanto detto per Assergi con i giochi di San Benedetto in Perillis. 

Soprattutto è interessante leggere l'accurata descrizione ed i dati tecnici che G. Gualtieri ci offre delle fasi di costruzione dei giochi.



Giochi di ragazzi e ragazzotti

di Giancaterino Gualtieri

L’elica (l’èleca), “gliu mazzuàcche”, lo “stoppaccio” (gliù stuppàcce), lo zufolo (gliù zzùfele), la carrozza (la carròzza), sono i giocattoli che i ragazzi si costruiscono più volentieri e con materiale reperito in loco, come un ramo dritto di sambuco per lo “stoppaccio” e un getto giovane di noce, dritto e in succhio, per lo zufolo.



L’elica (l’èleca, pl. èleche) che vola.


All’epoca della trebbiatura ogni ragazzo ambisce a costruirsi l’elica che vola. 

La tecnica per ritorcere il filo di ferro è la stessa che si utilizza per preparare i ferri per legare le balle di paglia. Di conseguenza per avere un ferro regolarmente ritorto è meglio far ricorso al cavalletto con cui si producono i ferri per legare le balle di paglia (gli fiàrre la pàgglia). 

Il cavalletto è posizionato nell’aia quasi sempre poco discosto dalla trebbia, in una posizione appartata. In genere a questo lavoro è preposto un ragazzo e questo, insieme alla semplicità di quella tecnologia, rappresenta un grosso richiamo per tutti i ragazzi del paese. 

Il cavalletto porta ad un estremo un gancio che può essere fatto ruotare con una manovella. 

Il ferro da preparare viene srotolato da un grosso rotolo di filo di ferro (na crólla di fiàrre felète chisaquànta ròssa), piegato lasciando il capo più corto della lunghezza di un palmo e agganciato sul gancio della manovella. Un fermo viene posizionato sui due capi premendolo con una mano, mentre con l’altra mano si ruota la manovella in modo da attorcere i due capi fra di loro per cinque-sei centimetri. 

Dopo di che il capo lungo viene portato fino all’estremo del cavalletto, per una lunghezza di circa due metri, preso fra le ganasce di una pinza imperniata in asse all’estremo del cavalletto e teso ruotando la pinza. Il filo teso viene poi tranciato di colpo da un tagliente ruotante posto vicino le ganasce della pinza, a 90° con il filo di ferro.

E’ sommo favore, da ripagare con tutti i mezzi, sempre di nascosto però e con la complicità interessata del ragazzo della trebbia, esser ammessi a preparare i ferri o il ferro per l’elica. 

In genere bisogna essere in due, uno che fa da palo e guarda se non viene il padrone della trebbia e l’altro che fa i ferri, ad evitare qualche brutto rimbrotto dal padrone ed evitare un paio di schiaffoni al ragazzo addetto ai ferri. Va da sé che dopo qualche schiaffone è molto più difficile convincere il ragazzo addetto a lasciar provare il marchingegno, nonostante le promesse più mirabolanti e tentativi di corruzione che possono arrivare a passargli sottobanco qualche dieci lire ricavata dalla vendita del ferrovecchio o da qualche mezzo chilo di grano rubato, nascosto nelle capienti tasche.

Per lo stelo dell’elica si piega un pezzo di ferro (gliù fiàrre felète), sempre di quelli da legare le balle di paglia, lasciando però il lato più corto di lunghezza 50-60 centimetri e si aggancia al gancio della manovella. Si torcono assieme per un buon 20-30 centimetri i due pezzi, come se si volesse preparare un ferro per la balla. 

Il ferro ritorto a treccia doppia viene poi tagliato. Si prepara un cannello di latta di 5-6 centimetri di lunghezza e di diametro di poco superiore alla treccia, tagliando da una scatola di doppio concentrato di pomodoro con le forbici da lattoniere un rettangolo di latta, i cui lati misurano 5-6 cm di altezza e 2 cm circa di larghezza, che viene sagomato avvolgendolo su un bastoncello di diametro appena superiore al diametro della treccia. Il cannello viene infilato sulla treccia doppia. La boccola della treccia funge da fermo verso il basso. 

Si ritaglia sempre dalla latta della scatola e si sagoma (in genere sono o i padri o i ragazzi più grossi a fare questo lavoro) una piccola elica di 3-4 dita di lunghezza, che viene forata con un chiodo in modo da fare due buchi adiacenti e parzialmente sovrapposti a forma di otto, creando così un foro elicoidale di diametro appena superiore al diametro della treccia. L’elica viene inserita sul ferro ritorto facendola girare lentamente fino a scendere sul cannello. 

Tenendo il ferro ritorto per la boccola si spinge velocemente e con forza il cannello verso l’alto. Il cannello forza l’elica a ruotare velocemente mentre sale e appena lasciato l’asse ritorto l’elica, ruotando, vola via velocemente rimanendo in aria per un po’ e andando a cadere ben distante e nella direzione voluta se si è pratichi del gioco. 

Bisogna solo stare attenti a non tirare troppo vicino la faccia dei compagni, perché l’elica ruotante taglia come un coltello e poi sono zuffe e scazzottate e altre botte quando si torna con la faccia tagliata a casa. 

E’ uno dei giochi più amati del periodo e finisce quando, a furia di perdere eliche soprattutto durante le sfide, i padri o i ragazzi più grandi si stufano di prepararne altre (anche perché le scatole di latta sono rare e preziose per mille usi).




Il batacchio (gliù mazzuàcche).


“Gliù mazzuàcche” (forse per la somiglianza ad una mazzòcca, cioè ad una pannocchia di mais) (1), arma dei poveri, dovrebbe essere un corto e tozzo bastone in legno o in cuoio con l’anima di ferro, sagomato a guisa di batacchio di campana, che a S. Benedetto si chiama appunto “mazzuàcche”

Infatti ancora oggi come gioco (infantile?) si fa “gliù mazzuàcche” con un fazzoletto arrotolato strettamente lungo la diagonale e poi piegato in due e tenuto per le nocche, con il quale si colpisce a turno il palmo della mano dell’avversario. Si colpisce il più forte possibile, tra gli sghignazzamenti degli altri ragazzi spettatori, specialmente quando chi riceve il colpo dà ad intendere in modo più o meno evidente di averne avuto male.


(1) Il termine potrebbe avere una diversa origine. Nel Chronicon casauriense, a carta 874, anno 1103, Giovani di Berardo, estensore del Chronicon (che scrive 80 anni dopo il fatto), nel raccontare la morte di Riccardo conte di Manoppello che ha depredato il monastero di S. Clemente a Casauria, per esaltare l'aiuto miracoloso di S. Clemente (o meglio la vendetta di S. Clemente) supplicato dall'abate Grimoaldo di vendicare i monaci del suo monastero, immagina che Riccardo, mentre si accinge a gozzovigliare con la carne delle pecore ed agnelli depredati al monastero, colpito da ictus, momentaneamente ripresosi, alle donne che gli chiedono cosa sia successo, (in preda ad allucinazioni diremo oggi), grida che è stato colpito in testa con un bastone dal sacerdote (S. Clemente) che sta lì (e che gli altri evidentemente non vedono) " Non videtis quod video? Iste praesbiter, qui hunc astat, cum mazuca (*) confregit uno ictu tempora mea..." (Non vedete quello che vedo io? Questo sacerdote, quello che sta qua, con un bastone ha rotto con un colpo solo le mie tempie...).

Quindi mazzuàcche (e forse anche mazzòcca) da "mazuca" dovrebbe essere voce longobarda o  normanna, rimasta ab antiquo nel dialetto sanbenedettino.




Lo zufolo (gliù zzùfele).


Si prende porzione dritta, lunga circa 25 di centimetri, di un rametto di noce, meglio di un succhione o pollone, in primavera, quando la pianta è in succhio e la scorza si stacca con facilità dal legno. Si incide la scorza ad anello ad una quindicina di centimetri. 

Battendo delicatamente tutt'intorno con il dorso del coltello su questa porzione di scorza e ruotando con molta delicatezza e per tentativi, tenendo il pezzo fermo con l'altra mano per la parte non battuta (come si opera per l'innesto a zufolo), si stacca il cilindro di scorza integro di circa 15 cm di lunghezza. Dal pezzo di legno decorticato (ma meglio se si riesce a utilizzare un pezzo di legno dello stesso diametro di altra essenza arborea, avendo il rametto di noce di quel diametro l’anima spugnosa) si taglia una porzione di lunghezza di circa 3 centimetri, che viene sagomato togliendo una sottile striscia, di sezione lunata, lungo la superficie laterale del cilindro e tagliata di sbieco, a becco di clarino (la scupùna, l’ancia), per 1-1,5 cm. nella porzione iniziale che viene inserita in bocca. La porzione così sagomata viene inserita nel cannello di scorza, tagliato di sbieco come il legno sagomato. La parte del legno asportata crea il canale, tra il legno e la scorza, che permette la vibrazione dell'aria e quindi la produzione del suono quando si soffia dentro lo zufolo nella porzione iniziale che viene inserita in bocca. Forando la scorza ad opportuna distanza con uno o due o tre fori, che possono essere lasciati aperti o chiusi a volontà con l'indice, il medio e l'anulare, si può modulare la frequenza d'onda della vibrazione, permettendo così semplici passaggi sonori con lo zufolo.





I "ciufelitte" (I fischietti) di Assergi



La carrozza (la carròzza).


Aspirazione suprema di ogni ragazzo è di possedere la carròzza, e ancor di più di costruirsi la carròzza con le proprie mani. Cosa però assai difficile, poiché è necessario avere a disposizione i materiali adatti e gli attrezzi da falegname adatti. Perciò di norma, a meno dell'aiuto di qualche fratello maggiore o di qualche ragazzo ormai quasi adulto, per costruire la carrozza è necessario l'aiuto di padri e ancora più di nonni, che hanno più tempo a disposizione in qualche giornata di pioggia.

Si parte con una tavola di circa 3 cm di spessore, lunga 50 o 60 cm (carrozza a uno o due posti) e larga 35-40 cm (si possono anche riunire due tavole più strette con due traversine). 

Il timone è costituito da una tavola di circa 3 cm di spessore (meglio se lo spessore è di 4 cm), larga una quindicina di cm e lunga 50-60 cm.

Sono necessari due assi squadrati di legno duro, ricavati da rami dritti di mandorlo o di querciolo, di sezione almeno 4x4 cm2, sagomati a cilindro per 5-6 cm nelle parti terminali per alloggiare le ruote di legno. La parte più laboriosa è sagomare 4 ruote di legno (l'ideale sarebbe sagomare due ruote di diametro 15-20 cm. per dietro e due ruote di diametro leggermente minore per avanti), tagliandole da un tronchetto di legno di orniello o di carpino nero, notevolmente resistenti alla frizione e agli urti, di circa 3 cm di spessore. Bisogna poi forare con una trivella a mano le ruote nel centro, con fori del diametro di circa 3 cm, leggermente superiore al diametro delle parti finali degli assi (in cui vanno inserite in fase di assemblaggio). 

Assai utile è un listello di 5x3 cm2, lungo circa 60 cm. E' poi necessario avere un bullone di Ø = 8 o 10 mm, di lunghezza almeno 80 mm con relativo dado e rondella. E ancora chiodi da 10 cm o meglio ancora chiodi quadrati di lunghezza 10 cm, da infilare forando opportunamente con il succhiello l'asse posteriore (il mandorlo o la quercia secchi sono notevolmente duri).

Assemblaggio:

si inizia agganciando al centro con chiodi o con viti il timone al corpo della carrozza (la larga tavola), facendo sporgere il timone in avanti di circa 40 cm. Si aggancia poi l'asse posteriore alla parte opposta della tavola, con chiodi passanti che vengono opportunamente ribattuti sull'asse (meglio se con 4 bulloncini a testa tonda di Ø = 6 mm). 

Si fora con una trivella a punta piccola il timone, a metà larghezza e a circa 6-7 cm dalla cima. 

Con la stessa trivella si fora l'asse anteriore al centro e si aggancia con il bullone al timone, senza stringere troppo, in modo che l'asse possa ruotare senza difficoltà sul timone. 

Si chioda il listello (come optional) all'estremità anteriore del corpo della tavola, come poggiapiedi. Si inseriscono le 4 ruote, bloccandole con un chiodo a mo’ di fermo nel foro preventivamente fatto con il succhiello a 1-2 cm. dall' estremità dell'asse, appena fuori la ruota, in modo che la ruota possa ruotare senza difficoltà, ma non possa uscire dall'asse. 

Agli estremi dell'asse anteriore, di norma dopo le ruote (sfruttando il chiodo di fermo della ruota per un solido aggancio) si aggancia uno spago spesso e forte, lasciato lasco in modo da arrivare a circa metà tavola, che serve per ruotare nei due sensi l'asse anteriore che fa da sterzo. I più bravi riescono addirittura a guidare la carrozza con i piedi, facendo forza sull'asse anteriore da destra o da sinistra. Come secondo optional si può costruire un sellino all'estremità posteriore della tavola, costituito da due tavolette larghe e alte non più di 10 cm, chiodate di testa sul corpo della carrozza, su cui si chioda una tavoletta trasversale larga quanto la carrozza.

Poiché le pietre sconnesse del selciato, per quanto la pendenza sia notevole, non permettono grandi velocità, il trucco è di costruirsi una pista sull'erba della Macchia, ripulendo il tracciato dalle pietre grandi e piccole. Essendo la pendenza notevole e il terreno ben compattato, la pista permette parecchie corse prima di rovinarsi. I solchi che poi si generano, a filo di terra, rallentano e ostacolano la corsa e il divertimento finisce. Si ovvia creando un'altra pista e poi un'altra, incuranti delle maledizioni e delle bestemmie delle donne che usano l'erba della Macchia per stendervi i panni ad asciugare.

Durante i tanti giorni di inverno, quando la neve impedisce di andare in campagna, chi non ha niente da fare, ossia ragazzini e ragazzi, esce in giro per il paese a divertirsi con poco, a giocare a palle di neve, cercando di fare le palle di neve le più dure possibili e di fare il più possibile male. 




La carrozza ricostruita ad Assergi


La piena (la plòma). 


Se un soffio di scirocco sta sciogliendo la neve, il gran divertimento è di improvvisarsi tutti ingegneri e costruttori di piccole dighe di neve battuta sul percorso dei rigagnoli di acqua e fare delle pozzanghere piccoli laghetti e invasi. 

Il divertimento consiste nel far crollare con un calcio la diga e godere nel vedere il grosso rigagnolo d’acqua sporca che impetuosamente si origina trascinando pezzi di neve fresca semighiacciata e che va ad ingrossare i laghetti costruiti più a valle. Questi a loro volta investiti dalla violenza dell’acqua che entra, tracimano e si crea “la plòma” “la piena”.

Il gorgogliare dell’acqua che mangia e scioglie la neve, scomparendo sotto lo strato di neve e ghiaccio e ricomparendo improvvisamente più a valle, è uno spettacolo di giochi d’acqua pieno di novità e di interesse per gente di paese che l’acqua la vede quando passa vicino il fiume a Popoli. 



Sciare (la sciàta).


I ragazzotti (ma a volte anche i giovanotti) si improvvisano sciatori di bob rusticani: una bella scala specie se un po’ convessa che scivola lungo la ripida via Borgo con il suo carico di quattro cinque ragazzotti, per andare ad arrestarsi contro qualche muro dove scarica a mucchio il carico ridanciano. 

Il contrappunto sono i rimproveri e le male parole degli anziani preoccupati di quelle piste ghiacciate dove camminare diventa impossibile e ogni scivolata può essere un rischio mortale. 

Ma chissà perché, nonostante le scivolate, quasi nessuno si fa in realtà poi così male, tanto tutti sono abituati a camminare per sentieri scomodi, disagiati, a rischio di cadute etc. etc. 

Il bello per ragazzotti e giovanotti sarebbe assistere alla caduta di qualche ragazza o giovane donna, che tutta vergognosa si riassetta frettolosamente e scappa via, non senza sussurrare tra sé e sé una sequela di male parole e di imprecazioni scegliendo da un ricco repertorio di: “Ve pòzzene squartà;, Ve pòzzene staziunà; Ve pòzzene fà a lìcche a lìcche; Ve pòzza piggliè le màle de Sànte Dunàte; Ssì curnutìune.” (Vi possano squartare; Vi possano sezionare; Vi possano fare pezzetto a pezzetto; Vi possa prendere il male di S. Donato - cioè l’epilessia-; Cornutoni). 

Ma se a creare situazioni di pericolo sono stati ragazzi ed adolescenti le cose vanno in maniera diversa. Le ragazze vanno a lamentarsi dagli uomini di casa e allora c’è da scappare di corsa, sennò il percorso si fa a calci in culo. 

Peggio se le giovani donne vanno a lamentarsi della scorrettezza dal parroco. 

Il copione è sempre quello. Il parroco passa l’incombenza ai giovanotti, ai quali non par vero di fare i vendicatori dell’onore delle paesane pulzelle e invece della spada usano poderosi calcioni che non si possono evitare, perché ti acchiappano all’improvviso (àlla securìuna) e ti lasciano scappare solo dopo si sono stancati di colpirti e di riderci sopra. 



Salta la mula (A mmùsse de puàrche).


Nella buona stagione di sera, ma anche e soprattutto d’inverno se non c’è neve o se la piazza è praticabile o anche sulla neve calpestata e battuta, si gioca a salta la mula. 

Si fanno due squadre, in genere di 5/6 giocatori, e facendo la conta, si estrae a sorte la squadra che "se métte sótte", ossia farà da mula. 

Il giocatore più forte fa da pilone (ma su questo punto ogni squadra ha la sua tattica, preferendo ad esempio utilizzare il giocatore più forte a metà catena, che è il punto in cui si avrà il massimo carico di giocatori avversari), appoggiandosi ad un palo o al muro, curvo ad angolo retto in modo che la schiena crei un piano di appoggio. I compagni ordinatamente si appoggiano di seguito al caposquadra o si appoggiano sulle ginocchia, sicché si viene a creare una lunga superficie di appoggio.

I giocatori dell’altra squadra, uno di seguito all’altro, appoggiandosi sulla schiena di chi sta sotto, saltano alla cavallina, cercando di andare a posizionarsi il più avanti possibile. 

La regola del gioco impone (imporrebbe, perché in realtà, se nessuno se ne accorge, poco alla volta impercettibilmente ci si sposta in avanti per creare spazio ai compagni che saltano dopo. E’ chiaro che i giocatori dell’altra squadra che stanno sotto stanno ben attenti a che ciò non avvenga) che non ci si possa spostare di un centimetro da dove si è atterrati. 

Se tutti i saltatori riescono a effettuare il salto e a posizionarsi sulla schiena di chi sta sotto, aggrappandosi gli ultimi come possono ai compagni posizionati prima senza cadere per almeno un minuto (e chi sta sotto cerca di barare contando il più lentamente possibile e cercando di imbrogliare se può e chi sta sopra cerca di barare contando il più velocemente possibile e cercando di imbrogliare se può), la squadra dei saltatori ha vinto e il mucchio umano si può sciogliere fra le risate di tutti. A fare da mula rimane perciò la squadra estratta a sorte. Anche se la squadra che fa da mula non regge il pesante carico e crolla, la regola è che di nuovo deve rimettersi sotto da mula.

Ma se tutti i saltatori della squadra avversaria non riescono a saltare perché non c'è spazio o non riescono a rimanere aggrappati dopo il salto per quel maledetto minuto, la squadra perde e si deve mettere sotto da mula. 

Quindi il bello della sfida fra le due squadre è quello di cercare di far fare da mula il più possibile la squadra avversaria, perché quando capiti sotto ti crepano saltandoti sopra a sfregio e devi stringere i denti e resistere, tu e i tuoi compagni, se vuoi rendere poi la pariglia ai saltatori.



Tric-trac, raganelle, martelline (Tricchittràcca, chirrichì i martellìne).                             

La settimana santa è una settimana di gloria e di gioco per i ragazzi, chierichetti e non.

All’ora delle funzioni tutti i ragazzi sono pronti vicino la sacrestia con tric-trac (la tricchittràcca), raganelle (le chirrichì) e martelline (la martellìna). 

Si formano in genere almeno due squadre, che percorreranno il paese su due percorsi principali diversi, capitanate dai chierichetti in cotta. All’ordine del sacrestano si fa il giro del paese di buon passo, al grido di: Na vóta la méssa (una volta la messa, ossia suona la prima volta la messa), con accompagnamento il più rumoroso possibile dei sopraelencati strumenti a percussione e stridio.

Per i ragazzi fare il maggior fracasso possibile è un gioco. Ogni squadra ci tiene a superare la squadra avversaria, che come una sfida viene interpretato il giro “sonoro” del paese. 

Al ritorno del primo giro, nell’intervallo fra un giro e l’altro, ogni squadra si vanta di aver fatto più fracasso della squadra avversaria e la squadra che viene costretta a riconoscere a brutto muso di essere perdente manifesta i suoi propositi di rivincita e di vendetta in modo plateale e spesso manesco. Ci penserà il secondo giro a rendere palese alla gente chi è più forte. E se non basta il secondo giro ci penserà il terzo.

Tornati in chiesa si riparte per un nuovo giro al grido di: Ddù vóte la méssa (due volte la messa) e al terzo giro con: Accìnne la méssa (suona per l’ultima volta la messa).

Perfino durante l’elevazione la tric-trac o la raganella sostituisce il campanello. Il compito però stavolta è lasciato al capo chierichetto, perché l’avviso sonoro deve essere ben udibile, ma non deve essere eccessivo.

A costruire tric-trac, raganelle e martelline ci hanno pensato a tempo padri e soprattutto nonni ingegnosi, meno impegnati da luce a luce nelle faccende di campagna.

Le tric-trac e le martelline sono meno impegnative a costruirsi, ma le raganelle sono notevolmente complesse a realizzarsi.

Per i ragazzi aiutare e intervenire nelle fasi di lavorazione intralciando spesso padri e nonni è un divertimento puro e il successivo utilizzo delle tric-trac, martelline e raganelle è il gioco aspettato.

La tric-trac.

Per costruire la tric-trac è necessaria una tavola rettangolare di circa 20 x 40 x 3 cm. Nella parte superiore viene realizzato uno scasso di circa 3 x 12 cm a circa 2 cm dal bordo superiore. 

I bordi dello scasso e della parte superiore della tavola vengono stondati, così da non creare spigoli vivi in quanto la parte superiore della tavola diventa il manico per muovere la tavola.

Ai due lati della tavola vengono fissati due manici di ferro, mobili perché agganciati a due occhioli.

I due manici vengono fissati parallelamente al lato lungo della tavola, lungo la linea mediana. 

Ruotando alternativamente e velocemente la tavola di mezzo giro i due manici colpiscono la tavola in successione facendo il rumore che dà il nome all’attrezzo: tric-trac.

                                                                    


                                   

                                    


     
Le "gnaccole" di Assergi

                          



La martellina.

Per costruire la martellina è necessario maggior lavoro. Si parte da una tavola di 12 x 20 x 3 cm, che viene forata al centro, di norma con un foro passante quadrato di 3 x 3 cm. Nel foro viene inserito un quadrello delle stesse dimensioni e lungo circa 28 cm, che viene bloccato con un chiodo lungo in modo che la parte inferiore sia lunga circa 20 cm e funga da manico e la parte superiore sporgente sia lunga 5 cm.

L’estremo della parte superiore viene sagomato ad U per circa 5 cm di profondità e 1,5 cm di larghezza, leggermente stondato superiormente. In questo scasso parallelo al lato lungo della tavola di circa viene inserito un listello di 1,4 cm di spessore x 3 cm di larghezza e circa 9 cm di lunghezza, il cui estremo inferiore sagomato a semicerchio e stondato entra nello scasso in modo lasco. L’estremo sagomato ad U e l’estremo inferiore del listello inserito nello scasso vengono forati a circa 2,5 cm di altezza dal piano della tavola e nel foro viene inserito un perno che aggancia il listello. Il foro del listello di Φ = 0,95 cm è leggermente più grande del foro dell’estremo sagomato ad U (Φ = 0,9 cm) in modo che il listello possa ruotare liberamente.

All’estremo superiore di questo listello, rastremato a creare uno stelo cilindrico di Φ = 1 cm, viene fissato perpendicolarmente un quadrello più tozzo di 3 x 3 cm x 6 cm di lunghezza attraverso un foro passante centrale (Φ = 1 cm), in modo che i due lati del quadrello sporgano ai due estremi di circa 2,5 cm. Il quadrello funge da martello doppio.

Movendo velocemente la martellina con semplice rotazione del polso il martello mobile colpisce alternativamente il piano di legno che funge anche da cassa di risonanza dando una sequenza rapida di colpi molto rumorosi.


La raganella.

Ancora più laboriosa è la costruzione della raganella.

Un pezzo di legno duro (noce o quercia) di spessore di circa 4-5 cm (o rastremato da 5 a 4 cm) e a forma di trapezio rettangolo (di dimensioni: 7 cm base maggiore, 6 cm base minore, 21 cm di altezza) o rettangolare (di dimensioni 6 x 21 cm) viene inciso nella base minore parallelamente allo spessore della tavola con uno scasso sagomato ad U profondo circa 8 cm e largo circa 1,5 cm in modo da ricavare un alloggiamento di circa 6 x 8 x 1,5 cm.

Il corpo della raganella può anche essere sagomato secondo i gusti: ad es. così (by Gualtieri Pasquale, 1911-1989).





A parte viene preparato un pezzo di legno duro (di norma quercia) di forma circolare di circa 7 cm di diametro e 1,4 cm di spessore.  Il pezzo circolare viene poi inciso lungo la circonferenza con 15 scassi a forma di triangoli isosceli di lati 0,9 cm e base 1,4 cm così da ottenere una stella a 15 punte (denti). 

La stella viene poi forata al centro con un foro del diametro Φ = 1 cm.

Al centro dello scasso del corpo della raganella e alla distanza di 3,2 cm dal bordo rettilineo viene ugualmente prodotto un foro di Φ = 1,1 cm. In questo scasso viene inserita la stella a 15 denti. Nel foro viene inserito un manico di legno, circa cilindrico di Φ = 2,5 cm e sporgente da un lato tanto da potersi impugnare bene (circa 20 cm) e che negli ultimi 5 cm viene poi riportato a cilindro con Φ = 1 cm per potersi inserire comodamente nel foro dello scasso e a filo nel foro della stella e passante in modo da poterlo bloccare sull’altro lato della tavola con un sottilissimo spinotto. 

La stella viene resa solidale al manico bloccandola sullo stesso con un chiodino o meglio con un sottilissimo spinotto passante.

I denti della stella sporgono dal bordo rettilineo di circa 3 mm.

Sul corpo della raganella lungo il lato dritto, in corrispondenza dello scasso, viene posizionata, bloccandola sul corpo della raganella con due coppie di chiodi o viti, una scheggia larga quanto lo spessore della tavola, ben secca e di legno duro ed elastico di orniello o di olivo (meglio se di legno di ciliegio molto elastico e resistente) di spessore 0,5 cm e assottigliata in punta così da avere uno spessore di circa 2 mm e di lunghezza tale che l’estremo assottigliato cada fra due denti della stella dentata. 

Afferrando la raganella per il manico si fa ruotare il corpo trapezoidale pesante che trascina con sé nella rotazione la scheggia di legno elastico. La stella dentata, bloccata sul manico, rimane ferma.

Nella rotazione l’estremo assottigliato della scheggia viene così forzato ad alzarsi quando ingaggia il dente per poi sganciarsi nello spazio fra i due denti e sbattere contro il bordo della raganella, creando il caratteristico rumore che dà il nome alla raganella. Tanto più veloce è la rotazione tanto più rapida è la sequenza dei colpi e lo stridio della raganella. 

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