Giochi di una volta ad Assergi: “U CACCIAPALLE" (lab. Memorie)

Post di Ivana F.


U Cacciapalle


Per parlare di un gioco come questo non si può che iniziare con la poesia in dialetto di Angelo Acitelli (dal libro ...Scura Mea! pubblicato nel 1996) che ci presenta l’ingegnoso attrezzo uscire da un ramo di sambuco accuratamente lavorato dalle mani dei ragazzi. Non è niente la cerbottana al confronto del cacciapalle!


Le prime due strofe indugiano a descrivere la preparazione dello strumento, la terza lo presenta in azione, mentre spara palline di stoppa, la quarta, tra il vociare dei ragazzi, descrive l’effetto del colpo di pallina sulla testa.





De ‘nu rame de sammuche

co’ l’ànema sbusciata,

se-nne taijéa mbòche,

lucide e scorciàte;



co’ ‘nu zéppe ritte e toste

ci-alliscéje u mazzaréjje,

fina ch’èra giuste…,

co’ ‘na sfèrra de cortéjje;



una a una

èrane sparàte

le palline…

de stòppa, ciancicàte.



U mi’ è cchiù bbejje…!

U mi’ è mèjje…….…..!

Te secchéane le tèsta

le palline cchiù pressàte.



Se l'immediatezza dei versi di Angelo Acitelli fa rivivere il gioco, ancor più ci fa immedesimare la accurata ricostruzione dell'attrezzo fatta da Gino Faccia, di seguito presentato con alcune foto.










Scelto il pezzo giusto di un ramo di sambuco, che dentro ha un'anima, questa veniva pian piano tolta con un "votaréjje" (vedi foto che segue), rifinendo l'interno e lisciandolo con accuratezza. 







Altrettanto lavoro andava fatto con "ju mazzaréjje", intagliandolo a giusta misura, in maniera che scorresse preciso nel cavo del sambuco.


Chiuso il cavo del sambuco con la prima pallina, si soffiava con forza l'aria e si chiudeva con la seconda pallina, bloccandola. 


Dando una forte spinta con "ju mazzarejje" alla seconda pallina , la prima veniva così velocemente lanciata.


Di palline di stoppa ne occorrevano due: una da lanciare, l'altra per dare la spinta.
La stoppa a quei tempi la tenevano tutti perché la canapa veniva coltivata e poi lavorata nel paese, trattandola, lavandola e curandola "a péé la valle". Per rendere più dura la pallina, la stoppa veniva masticata, o in maniera più colorita, "ciancicàta".

























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