Grotta a Male - (lab. memorie: i luoghi)


di Giacomo Sansoni

I luoghi della memoria sono i luoghi che ci hanno informato, ovvero hanno messo in forma gli anni forgiabili: quelli dell’infanzia. Passati quelli delle vere conquiste, vengono quelli del riaccatastamento psicologico, delle nuove volture motivazionali, dei ripensamenti dicotomici e purtroppo ora quelli del ricordo. Della accatastante collezione di fatti di cose e anche di vuoti e assenze, delle quali anche quando periscono, comunque, di ognuna se ne conosce lo spazio, il peso e confini e come per le parole che di colpo mancano alla lingua, se ne conserva l’impronta dell’assenza, come il nido dove sostarono, il suono che non trova chiostre a modularne l’assenza, un profumo che manca e se tornano è per rivendicare la casa e sono come cani in cerca delle vecchie cucce, che, con gli olezzi delle vecchie urine rogitano imperituri diritti di proprietà. Perché i luoghi?. Perché così importanti i luoghi?. Perché in fondo siamo figli più dei luoghi che del tempo e ogni tempo è un luogo e ogni luogo è una voce un respiro una persona.

In fondo, anche dopo lunghe assenze dai luoghi dell’infanzia si torna, perché in nessun luogo, si è trovato il grimaldello che forzi la cassaforte del tempo, e solo nei luoghi dove se ne aveva inconsapevole padronanza, è possibile ricostituirne la complementarietà relativistica dello spazio con il tempo.

Questo può essere universalmente riconoscibile, ma quand’anche non lo fosse, lo è per me, che sono il proprietario che, per la rugginosa corrosione dei chiavistelli del ritegno, ha subito l’atto espropriante di questo misero ricordo.

Risalendo il fiume e il tempo, con lo spazio, come nei fiumi si può fare, s’arriva Sotto le Malecoste dov’e la grotta “A Male” o “A Mare “o “Amara” per il raccapriccio dell’orrido, per il suo lago sotterraneo o amara per la durezza di narrarla. Che negli anni dell’infanzia ci chiamava al cimento avventuroso e con gli amici esplorammo fino in fondo dei suoi cento e più metri di profondo compiacimento dello spazio e del tempo. Dopo l’antro spropositato, e la seconda camera più raccolta, avevamo cercato l’ingresso epico nell’avventura per ghermire qualche resto epico delle leggende che ci venivano narrate. Finalmente avevamo trovato un buco da cui strisciare, come vermi verso una resurrezione meravigliata. 

Non avevamo confidato alle famiglie la temerarietà delle nostre gesta, per paura di fatali rifiuti. Così non avrebbero saputo dove cercarci. 

Quel giorno fortunato e pericoloso conoscemmo la sintassi dei rancori della terra: la prima caverna polifemica che s’apriva scoscesa all’arreso sgranarsi del sole, e nella semioscurità, negli stillicidi, erano ospitati i capelli corvini e i ventagli bilobati del capelvenere. C’eravamo esaltati nella sala del “tronco”, inorgogliti in quella “dei colossi”, che scherniva le speranze più iperboliche. Avevamo proseguito, con insuperbimento inebriato, nella sala “dell’organo”, delle “pannocchie”, della “croce”, fino nelle viscere dove riposava, un’acqua arresa e purgata, nella sala del lago “De Marchi” dal nome dell’Ingegnere militare bolognese, capitano dell’arciduchessa Margherita D’Austria, già esploratore e padrone di molte imprese, quale quella di resuscitare le navi romane del lago di Nemi, utilizzando avveniristici scafandri di sua ideazione, che nella notte del venti agosto del 1573 l’aveva esplorata, dopo essere asceso, il giorno prima, sul Gran Sasso. 

In quell’occasione ebbe a dire, di essere salito, prima sopra le nuvole e poi in una tomba e che, le torce a vento che portavano, non “facevano che poco lume, per l’aria grossa e scura che si serrava in quelle caverne”. Aveva raccontato che, uno degli esploratori, entrato in una buca, dovette essere tirato fuori per i piedi, e quando uscì teneva in mano un teschio.

 Continuava dicendo che v’erano “due laghi di acqua stillatissima e freddissima”, dove anche noi eravamo giunti. Avevamo visto stalattiti e stalagmiti tanto grandi, rapprese come cera. Il percorso in quei meandri provava. Nella sala dei colossi, le cui dimensioni rivaleggiavano con la notte, nel lato da dove si doveva procedere per la discesa, v’era una colonna bianchissima e purissima che pareva sorreggesse quel tempio pagano, la quale doveva essere aggirata, per quasi un semicerchio, su un minuscolo aggetto posto alla sua base. Su questo semicerchio s’apriva un pozzo senza fondo di trenta metri o qualcosa più, che io quel giorno fui fiero di valutare, con la padronanza delle leggi del moto uniformemente accelerato, imparate a scuola, contando il tempo che occorreva ad un sasso per toccare l’acqua contenutavi. 

 Mio fratello ed un altro amico, con incoscienza erano già passati quando io esternai le mie riflessioni che impaurirono me e gli altri. Restammo immobilizzati, come i pipistrelli, ad attenderli. Al ritorno ci narrarono le meraviglie che avevano visto.

Quella notte non riuscii a dormire, per aver messo in galera l’orgoglio e la sete d’avventura, che il giorno appresso il primo pensiero fu grotta a Male. Presi, quasi di peso mio cugino e lo trascinai ancora alla grotta, dove superammo le nostre paure, non guardando i pericoli e scendendo lungo tutti i suoi duri incantamenti, fino al lago ipogeo. 

Quando, stanchi e sazi d’epopea, ci accingemmo a risalire, forse per l’usura delle notti orfani della luce, forse per l’umidità le pile scortarono. Fummo affogati dalla paura. Ancora oggi, a distanza di ragionati decenni, mi ritrovo perso in quel terrore di pece. Allora tornammo alla luce ammonitrice dell’estate non so perché comunque si coniugarono, accortezza del caso con il desiderio propedeutico del destino per giungere anche a questi fogli. 

Alla cieca, con i sensi allertati, avevamo trovato il filo odorando la diluizione dello zolfo, di quell’inferno nell’aria mite che s’avventurava dall’esterno e riuscimmo ad uscire.

(foto trovata su Internet)


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