Conte e Filastrocche (lab. memorie)

 



di Franco Dino Lalli


Le filastrocche sono la forma principale del linguaggio infantile che si esprime soprattutto nel gioco con i coetanei. Quelle per fare la conta sono rimaste vive nel tempo perché rispondono alle varie esigenze dei bambini per vari ordini di motivi. Il ritmo e la rima, infatti, le rendono orecchiabili e facili a ricordarsi, i nonsense, presenti in esse, permettono al bambino di alterare l’ordine stabilito della realtà e, infine, si prestano a generare infinite varianti.

Di origine sicuramente popolare sono componimenti brevi con ripetizione di sillabe, costituito da un linguaggio semplice e ritmato. Offre al bambino il suo primo approccio con le parole e la musica attraverso il ritmo rapido e cadenzato con rime, assonanze e allitterazioni ricorrenti. Era utilizzata per fare addormentare il bambino ma anche per sviluppare proprio il suo linguaggio con le formule utilizzate nel componimento

Anche nelle filastrocche che seguono, raccolte in Assergi, sono presenti questi motivi.

Le prime, usate, per la conta e per vari giochi sono note anche in altre realtà regionali, come per la seguente del tutto simile alla versione del Piemonte:


Ponte, ponente, ponte pì,

tappe tappe ruggia,

ponte, ponente, ponte pì, tappa tappe rì.


Quest’altra:


Piede piedèlla,

colore sì bella,

colore sì cara,

la scala ju molenare,

la coda del piccione,

la stella del pavone,

tira su il piede

e toccherebbe precisamente a te

che sei la figlia del re


era usata in un gioco molto semplice. I bambini si mettevano seduti e con i piedi allungati. Uno di loro, a turno, ripetendo la filastrocca, toccava i piedi degli altri. Chi cadeva l’ultima sillaba della filastrocca doveva ritirare il piede. Il gioco proseguiva fino a che tutti i piedi non erano ritirati. Era vincitore chi rimaneva per ultimo con il piede allungato.

La filastrocca seguente era usata per far divertire i bambini più piccoli ed era recitata accompagnandosi con il movimento delle dita sulla mano del bambino.


Questa è la bella piazza (il palmo della mano),

ci camina la pèchera pazza (si strusciavano sullo stesso palmo le dita della mano)

ci camina u pecherone

che fa bè bè bè….. ( e con le dita si risaliva fino al collo provocando il solletico e quindi le risa del bambino).


L’inciso:

Vènghe da Gerusalèmme senza rìe e senza piagne

era recitato da un giocatore che pagava il pegno in un gioco. Il pegno consisteva nel passare tra due ali di concorrenti con le mani giunte, ripetendo l’inciso, senza però poter ridere. I compagni facevano di tutto per provocare la sua ilarità, ma egli doveva controllarsi e resistere. Se rideva era costretto a ripetere tutto da capo.

Un’altra filastrocca, usata nei girotondi:

Giro giro tondo

cavallo impera tondo

gallina bianca e nera

ti dà la buonasera.

Buonasera e buonanotte

il lupo dietro la porta

la porta casca giù

e il lupo non c’è più.

E’ fuggito alla montagna,

ha trovato una castagna,

la castagna è tutta mia,

buonasera alla compagnia






presenta una similitudine con la filastrocca “Cicche cicche janne”, usata anche come ninna nanna, che parla di un San Giovanni che sente freddo perché vecchio:


Cicche cicche Janne

jame a San Giovanne.

Che ji portéme?

Na soma de lena.

Chi ce lla porta?

La cajina cioppa.

Chi l’ha accioppata?

U pare della porta.

U pare addo’ ha ite?

Se j’ha menate l’acqua.

L’acqua addo’ ha ita?

Se l’ha bevuta u lupe.

U lupe addo’ ha ite?

Se nn’ha ite alla montagna,

ha trovata na castagna.

La castagna è tutta mia.

Bònasera alla compagnia.


Da notare in queste filastrocche la presenza di forme di rimozione delle paure infantili (i lupi sconfitti) attraverso giochi linguistici ben precisi e che potevano essere utili soprattutto per lo sviluppo del linguaggio.

In un’altra filastrocca il gioco linguistico è molto accentuato tanto da farla sembrare uno scioglilingua:


Domani è festa,

si manga la minestra.

La minestra non mi piace

si mangia pane e brace.

La brace è troppo nera,

si mangia pane e pera.

La pera è troppo bianca,

si mangia pane e panca.

La panca è troppo dura,

si va a letto addirittura.


In riferimento alle festività dell’anno, cioè ai periodi di riposo dai lavori quotidiani, periodi salutati con gioia sia dagli adulti che dai bambini, sono queste filastrocche:


Domà è festa,

la pupa se reveste.

U sòrge a ballà

e la iatta a cucinà.


Da notare l’inversione dei ruoli che sottolineano la novità e la diversità del periodo festivo.


Oggi è festa e doma nen se fila,

quante sò belle dù fèste all’affila.


Altre filastrocche erano quelle usate “a dispette”, cioè per lanciare vituperi o per schernire qualcuno. Spesso alcune erano usate anche per la conta.


Le una, le dù, le tre peruzze,

chi ha cacate se sènte la puzza.

Ha cacate Mattè curnute,

qujiu che tè u cure funnute.


Alcune erano usate anche come maledizioni: il perdere la vista, lo spuntare dell’orzaiolo sulle ciglia.


Santa Lucia de qua e de là,

se ci vede te pozze cecà.


Santa Lucia de còre de còre,

j’occhi dentre e la luce de fòre.


Tuppi, tuppi aju vinocchie,

j’orzarole aj’occhie.


Riguardo al fuoco, elemento indispensabile e identitario in ogni casa, due filastrocche, una per deridere chi si era preoccupato di fare la provvista di legna, l’altra a mò di devozione.


Scallate cure, scallate fr…,

alla faccia de chi ha fatte la legna.


Na léna nen fa foche,

dù appena appena,

tre vòle la compagnia,

sia lodate Gesù e Maria.


Un posto a parte occupano le filastrocche come “formule recitate agli animali” insegnate ai bambini ed usate da essi come svago, ma anche come buon augurio per il fidanzamento o per la sopravvivenza quotidiana:


Jolarella del buon pastore

sàcceme a dì dov’è il mio amore.

O dellà o de qua,

sacceme a dìce se do’ na va.



Ciammarica, ciammarica, sta a pistà lo cannavicce,

dàmmene nu vagucce

pe sfamà sta pòra femmenuccia.


Si ripeteva anche una filastrocca sui paesi del circondario:


Assergi patanare,

Camarda mele amare,

Paganica cipollare,

Bazzane piene d’acqua,

Tempera caca l’acqua,

Bazzane se ci sciacqua,

Munticchie caveze longhe,

Cavallitte le tira ammonte.



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