Tradizioni di Sant’Antonio Abate

Articolo di Franco Dino Lalli



Per quanto riguarda il culto e la tradizione di Sant’Antonio Abate si riportano alcune informazioni sui rituali che si svolgevano nella Valle Peligna e in particolare nel paese di Raiano che possono risultare significativi ed esplicativi in quanto abbastanza simili a quelli del nostro territorio regionale.

La descrizione è tratta dal libro dello scrittore raianese Damiano Venanzio Fucinese Un anno, una vita, Storia del popolo raianese, pubblicato da Synapsi Edizioni nell’aprile del 2003. E’ molto significativa per conoscere momenti di convivialità e di ritualità oggi quasi del tutto scomparsi, riferibili, purtroppo, a tempi trascorsi.
La festività di Sant’Antonio Abate, nel paese, iniziava la sera del 16 dicembre con una processione che recava la statua del santo dalla chiesetta a lui dedicata fino alla chiesa parrocchiale per la benedizione del giorno successivo.





La cerimonia più importante è senza dubbio la benedizione degli animali. Dopo la funzione religiosa viene esposta la statua del santo sulla gradinata della chiesa verso la piazza dove, un tempo, i contadini disponevano un gran numero di animali. Oggi essi sono molto meno numerosi ma ogni animale ha un fiocco sfarzoso sul collo o sulla fronte. I cavalli recano sulla loro fronte anche una grossa ciambella tenuta da un nastro rosso e sul dorso coperte di merletto o drappi variopinti. Al termine della benedizione la statua è girata verso la strada fiancheggiante la chiesa e così gli animali, prima di tornare nelle stalle, possono avere ancora la protezione del santo. Alla processione di un tempo passato partecipavano anche carri addobbati con persone con lunghe barbe finte. C’era anche un carro con un caldaio di gialla polenta intorno al quale c’erano quattro o cinque personaggi tra cui Sant’Antonio con il saio nero e col cappuccio, come raffigurato nella statua, e il diavolo, rosso fiammante con coda e faccia nera. Si affrontavano sul carro, uno con il forcone, l’altro con un semplice segno di croce. La lotta contro il demonio è una costante della vita del Santo eremita così come nella vita degli altri santi anacoreti e ha dato modo di sviluppare molte leggende in proposito.

 L’aspetto che riguarda il folclorico dei cibi rituali è quello di lessare il granturco, i ranoite che, anticamente, le famiglie benestanti del luogo lessavano nelle caldaie piene per distribuirle ad amici e parenti nella misura di un piatto con un originale significato rituale. 

A sera, un tempo, gruppi di giovani e adulti giravano il paese a cantare, alle porte di amici e parenti, i santantunije, gli episodi della vita del santo, ricevendo in dono dolci e frutta secca i ragazzi, vino e salumi gli adulti. E’ stata ristabilita da poco l’antica usanza di distribuire, presso la chiesetta del Santo, la polenta ai presenti. 

 La tradizione della questua con canti tradizionali della vita del santo è stata attuata anche in alcuni paesi dell’Aquilano con modalità differenziate. 

Anche a Paganica, un tempo e sino a tutto il 1900, la tradizione di Sant'Antonio era molto sentita. Animali come cavalli asini, muli, mucche e vitelli, pecore e agnelli e anche altri animali domestici venivano portati quasi in processione verso la piazza, tutti ripuliti, bardati e infiocchettati, e nella piazza ricevevano la benedizione. Dopo la messa a tutti i partecipanti veniva offerto il pane di S. Antonio, una pagnottella da portare a casa. Si è attenuata, sin quasi a scomparire, mano a mano che la civiltà contadina scompare e subentra la struttura economico sociale odierna. 

La tradizione della benedizione degli animali da parte del Santo era anche attuata in Assergi, in tempi passati, poi si è mano a mano attenuata. Nel giorno della festività, alla fine della funzione religiosa, a un segnale stabilito, con il suono di una trombetta che avvertiva i proprietari degli animali di farli uscire dalle stalle, il parroco si recava in tre punti, corrispondenti a tre punti del paese da cui impartiva la benedizione: presso la contrada “Sant’Antonio”, davanti al Convento dei Frati, presso la Porta del Colle. Chi conosce Assergi si rende conto della ragione di questo uso; il paese infatti è chiuso dentro le sue mura di cinta e le stalle erano collocate tutte all’esterno, per cui sarebbe stato difficoltoso portare tutti gli animali nella piazza della chiesa. 

Questa consuetudine era già decaduta con la diminuzione del lavoro agricolo-pastorale e con quella degli armenti e delle greggi. 

In Assergi le festività invernali erano prese in considerazione per prevedere il calcolo delle durate dei giorni e soprattutto l’aumento del periodo di luce necessario per la vita quotidiana e per i vari lavori: 

‘N Santa Lucia nu passe pucine, 

a Natale nu passe cane, 

a Sant’Antonie n’ora bbòna. 

L’importanza della figura di Sant’Antonio Abate (come pure quella di Sant’Antonio di Padova) e di Santa Lucia è rivelata in questo proverbio (in verità di duplice interpretazione): 

Sant’Antonie e Santa Lucia 

nen ji cerchènne che fèsta se scìa, 

vale a dire che queste festività probabilmente dovevano essere assolutamente rispettate da tutti.

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