Sant'Antonio Abate - tradizioni

di Franco Dino Lalli





La figura e l’opera di Sant’Antonio Abate è legata all’elemento ancestrale e archetipo del fuoco che rivestiva e riveste un’importanza fondamentale per la vita.

Fin dalla sua morte il santo fu venerato e invocato dai numerosi fedeli che si recavano nella chiesa costruita in suo onore a Motte-Saint-Didier in Francia dove furono custodite le sue reliquie dopo un lungo peregrinare. Ivi si recavano i malati soprattutto affetti da ergotismo canceroso che era causato da un fungo presente nella segale, usata per il pane. La malattia oggi “herpes zoster”, conosciuta dall’antichità come “ignis sacer”, fuoco sacro,per il bruciore che provocava viene definita come un' infezione che deriva dalla riattivazione del virus varicella-zoster (anche erisipela) dal suo stato 
di latenza in un ganglio della radice dorsale. Come ospitalità per gli infermi che numerosi giungevano nel luogo si costruì un ospedale e fu istituito l’antico ordine ospedaliero degli Antoniani. A questi religiosi fu concesso l’allevamento dei maiali che circolavano liberamente e nessuno li disturbava se portavano una campanella di riconoscimento. Il loro grasso era usato per curare la malattia e ne derivò il nome “male di Sant’Antonio” e poi “ fuoco di Sant’Antonio”.

Da ciò deriva l’iconografia del santo che viene raffigurato insieme ad un porcellino e nella religiosità popolare il santo fu considerato il patrono degli animali domestici, ma non solo, anche patrono dei macellai e dei salumai, dei contadini e allevatori. E’ anche il patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri, perché guariva da quel fuoco metaforico che era l’herpes zoster. E’ invocato anche per la protezione delle malattie della pelle. Nell’iconografia del santo inoltre appare, oltre al maialino con la campanella, anche il bastone degli eremiti che termina con una croce a forma di T, la “tau”, ultima lettera dell’alfabeto ebraico (thauma in greco antico significa stupore, meraviglia di fronte al prodigio).

La tradizione della benedizione degli animali nasce nel Medioevo in Germania ove era consuetudine in ogni villaggio allevare un maiale per l’ospedale dei monaci di Sant’Antonio.

Dall’XI secolo però, per le lamentele dei cittadini per il libero pascolo dei suini, ne fu vietata la circolazione ad eccezione di quelli di proprietà degli Antoniani che ricavavo carne da essi (che era utile mangiarne anziché segale) e balsami pe le piaghe, oltre al sostentamento economico. I maiali assunsero un’aura di sacralità e nessuno poteva rubarne uno altrimenti sarebbe stato colpito dalla vendetta del santo che si sarebbe vendicato con l’insorgere della malattia anziché guarirla.

Sul santo, legate al fuoco, sono le leggende popolari collegate ai suoi connotati iconografici.

Una narra che sant’Antonio si recò all’inferno, per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo.

Mentre il suo maialino, sgattaiolato dentro, creava scompiglio fra i demoni, lui accese col fuoco infernale il suo bastone a forma di “tau” e lo portò fuori insieme al maialino recuperato: donò il fuoco all’umanità, accendendo una catasta di legna.

Da questo deriva la tradizione di accendere i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di Sant’Antonio”, che un tempo rivestivano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera. La tradizione rimanda ai riti solari di origine pagana con la loro potenza evocativa. Con lo scoppiettio, il calore e la potenza delle fiamme si auspicava il risveglio del sole che facesse terminare il suo lungo letargo invernale.

Erano soprattutto convivialità tra gli abitanti del paese, del quartiere che facevano anche a gara per un fuoco più grandioso.

Le ceneri, poi raccolte nei bracieri casalinghi di una volta, servivano a riscaldare la casa e, tramite un’apposita campana fatta con listelli di legno, per asciugare i panni umidi. Venivano anche disperse nella campagna per un augurio di fertilità. A volte i più anziani raccoglievano un po’ di brace che era considerata sacra in quanto era stata dedicata al santo e così anche di buon augurio per l’insorgere o la guarigione dal morbo.

Commenti

Post popolari in questo blog

Tentativi di casta, Assergi prelatura autogestita

A Giuseppe Lalli, sul suo articolo “Assergi, San Franco e Sant’Egidio

Roio e Lucoli sulle tracce del monaco Franco: il primo rifugio nel bosco.