La stalla in un racconto

 






Si riportano dei passi del racconto “Sposa di Stalla”, tratti dal libro Racconti del Vento, autore Franco Dino Lalli, Edizioni Orient Express, Castelfrentano, giugno 2007. Ne emerge una scena animata e realistica di quel piccolo angolo di mondo, al di fuori del tempo e dello spazio solito, che doveva essere la stalla, punto di incontro, di socializzazione, di lavoro di una società che non esiste più, se non nei ricordi.


Quando d'inverno tutto taceva e si sentiva soltanto ringhiare ed ululare il vento come un lupo e il freddo era pungente come le spine dei rovi, la gente se n'andava, appena scuro, nella stalla dove c'era il caldo buono degli animali e dove si poteva risparmiare la legna per il fuoco e l'olio per il lume.

Ogni vicinato aveva una sua grotta, adibita a stalla, nella quale rifugiarsi e vivere lì la vita in comune.

Nella grotta ad ovest del paese, accanto alla porta, si sistemava Marietta, una povera vedova che, stretta nel suo scialle scolorito dall’uso, a chiunque entrava ricordava di offrire una piccola parte d'olio per il lucignolo e ripeteva: << L'immérne nen tè padroni. D'immérne nen se raccojie perciò seme tutti ricchi, tutti ricchi de gniente. Lassa m-po’ d'ojie se vó ntrà, se no va coju nome de Dì.>>. (Traduzione: L'inverno non ha padroni. D'inverno non si raccoglie perciò siamo tutti ricchi, tutti ricchi di niente. Lascia un po' d'olio se vuoi entrare, altrimenti va' con il nome di Dio.) 

Nella stalla, tra gli attrezzi per il lavoro agricolo e pastorale, con il calore del letame, con quello degli animali e dei presenti, ognuno poteva dedicarsi al proprio lavoro e alle proprie abitudini. Si formavano vari gruppi. Le donne filavano lana, lino, canapa e cotone, bagnandone il filo con la saliva per farlo scorrere meglio, altre facevano la maglia o le calze oppure rammendavano la biancheria, i sacchi ed altro. Gli uomini, anziani e giovani, mentre si dedicavano ad aggiustare i loro attrezzi o a farne di nuovi, leggevano le storie dei loro eroi preferiti o raccontavano quelle sui briganti. Spesso si ballava al suono dell'organetto che spuntava fuori all'occorrenza.

Da una parte stavano le giovani, schive e riservate, come era dovuto, per non incorrere nei rimproveri dei genitori, ma pronte e vive nei commenti tra di loro, nel gettare sguardi d'intorno verso i coetanei, specialmente verso coloro che suscitavano interesse e apprezzamento.

Nel gruppo una si distingueva tra tutte, Lucia, di una bellezza unica, dai grandi occhi splendenti di una vivida luce che le donavano un aspetto fiero e dalle guance rosate che facevano trasparire la sua floridezza così come il suo seno prorompente e prosperoso. Nella stalla la ragazza trascorreva tutto il tempo al telaio per preparare il corredo per le sue nozze imminenti.

Ogni stalla aveva il suo telaio al quale a turno le donne si dedicavano al lavoro. Quel telaio il padre di Lucia, gran bravo artigiano, l’aveva costruito recuperando le travi di un pagliaio salvate da un incendio che era stato appiccato da una scintilla sfuggita da un lume a petrolio.

Lucia si sarebbe sposata presto con il suo Renzo, un giovane intraprendente, scanzonato e gran lavoratore.

Si erano scambiati tante volte sguardi d’intesa durante le veglie invernali nella stalla e poi durante le ricorrenze che permettevano loro d’incontrarsi, ma Lucia non avrebbe mai immaginato che tutto sarebbe stato così imprevisto e inconsueto.

Infatti, durante uno dei balli nella stalla, nel vortice dei suoni squillanti e saltellanti dell'organetto, il giovane l'aveva stretta tra le braccia e lì, davanti a tutti, l'aveva baciata, costringendola ad essere definitivamente sua, a compromettere il suo onore e quindi ad appartenergli. Rossa in viso per la vergogna, Lucia si era divincolata dalle braccia del giovane ed era tornata al suo posto cercando di trattenere i battiti incontrollati del cuore e cercando anche di evitare gli sguardi che inevitabilmente ed inesorabilmente si erano appuntati su di lei. Poi era corsa a casa ed una volta sola, dopo essersi lavata la faccia con l'acqua fredda del catino, si era osservata a lungo nello specchio per cercare di ritrovare una sua identità che sembrava perduta. Si ripeteva che ormai era obbligata ad essere promessa a Renzo perché nessuno avrebbe mai potuto, dopo quanto accaduto, farle altre proposte. Durante l'autunno ed ora, durante l'inverno, Lucia, con una solerzia inconsueta si dedicava a tessere con tanta lena le sue stoffe di lino, di canapa e di cotone, aiutata e vigilata dagli sguardi e dai consigli delle compagne e delle donne più anziane. Così andava preparando tutto l'occorrente per la sua nuova vita. Il matrimonio era previsto per il mese di giugno e lei si dava da fare affinché tutto fosse pronto.


Una sera di febbraio, era il carnevale, nella stalla regnava un'agitazione nuova e tutti n'erano contagiati. Anche Lucia sembrava sentirsi diversa dal solito, pervasa dalla movimentata eccitazione di tutti. Aveva da poco lasciato Renzo. Avrebbe voluto dedicarsi alla sua attività al telaio. Ma, non appena fece per andarsi a sedere sullo sgabello di legno, si sentì afferrare per mano e trascinare via. Squillò prorompente il suono dell'organetto e tutti, giovani e anziani, si sfrenarono per un saltarello gioioso e rumoroso. La frenesia del carnevale era penetrata anche lì, in quel luogo dove sembrava che il tempo si fosse fermato. Qualcuno propose di uscire a ballare per tutto il paese, nonostante il freddo. Quasi tutti acconsentirono e si prepararono a farlo. Ma Lucia si divincolò dalla stretta ed espresse il suo parere negativo, dicendo che sarebbe rimasta lì al suo lavoro, da sola o con chiunque avesse voluto farle compagnia.

Senza discutere, gli altri, trascinati dalla musica, si precipitarono fuori tra risa, spintoni e grida di gioia. Rimasero soltanto Lucia ed alcune vecchie che non volevano andare fuori a prendere freddo.

Lucia si sentì libera e felice. Avrebbe potuto tessere il suo lenzuolo matrimoniale al quale teneva molto.

Nella stalla, dopo il chiasso, tornò il silenzio più completo rotto soltanto dal monotono ritmare della cassa battente del telaio. Alcune donne filavano la lana, altre ne facevano matasse per il lavoro con i ferri.

Come ammaliate dalla ritmica andatura del telaio ed ancora frastornate dalla frenesia precedente, ad un tratto Angela si mise a cantare, dapprima molto lentamente, come tra sé, poi più forte e senza quasi rendersene conto tutte insieme intonarono il canto che ruppe il silenzio della stalla. Era un canto d’emigrazione, uno di quelli che esse conoscevano bene e che parlava di terre lontane e di uomini che se ne erano andati lasciando sole le loro donne, le quali, però, si erano adattate a modo loro. Lucia cantava e pensava tra sé al suo destino, al suo uomo, alla sua sorte o a quella che lei immaginava.

Lucia per un po' ebbe anche vergogna di uscire di casa perché aveva paura che qualcuno potesse fare dei commenti. Ma, con il passare del tempo, tutto tornò alla normalità, lei riprese le sue attività consuete e tutto le sembrò naturale. Così come fu perfettamente naturale che Renzo, una sera, la riprendesse ancora una volta a ballare e mentre la stringeva forte a sé, senza preoccuparsi dello sguardo di nessuno, le rivolse la proposta di sposarla e le diede ancora un bacio sulla guancia. Ma Lucia non rispose. Era combattuta nel suo orgoglio e quindi aveva bisogno di nascondersi ancora per un po' di tempo dietro ad un rifiuto. Giudicava scorretto il comportamento di Renzo, anzi provava rancore per la sua sfacciataggine. Ma contemporaneamente fu stupita del fatto che, quasi senza volerlo, cominciò a provare per il giovane un certo attaccamento che a poco a poco si stava trasformando in affetto o almeno così lei pensava. Si sentiva stordita ogni volta che ne incrociava lo sguardo e sentiva battere il cuore forte forte ogni volta che immaginava, ricostruendoli nella memoria, i segni fisici di lui.

Pertanto fu così naturale che cominciassero a frequentarsi più assiduamente, ma sempre sotto il serrato controllo delle rispettive famiglie …






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