La Candelora

di Franco Dino Lalli


 

La seguente conosciuta filastrocca popolare era usata per scandire le più importanti festività dei primi giorni di febbraio:

Aji ddù la Ncannelòra,

aji tre Sante Biasciòla,

aji quattre nacquobella,

aji cinque Sant’Agata bella.


Il 2 febbraio si celebra la presentazione del Signore al Tempio e la Purificazione rituale della madre che secondo a legge ebraica doveva avvenire il quarantesimo giorno dalla nascita (40 giorni se era un maschio, 66 se era femmina). Perciò la festa doveva tenersi, nel calendario cristiano, il 2 di febbraio perché il Natale era fissato il 25 dicembre. Venne a coincidere con il mese di febbraio che nell’antica Roma pagana era dedicato a Iunio Februata e al rito dei Lupercali, una festa di purificazione che ricorreva proprio in questo mese festeggiata con fiaccolate.

Per allontanare le presenze pagane il 2 febbraio divenne poi la ricorrenza della Purificazione di Maria Vergine ponendo in ombra la ricorrenza più importante quella della presentazione del Figlio al Padre nel Tempio tra le braccia di Maria.

La chiesa latina, in accordo con le chiese orientali ha assegnato a tale data la festa di Cristo che aveva originariamente chiamandola appunto Presentazione del Signore.

E’ questa ricorrenza detta anche Candelora, dall’etimologia Candelorum, cioè benedizione delle candele in relazione all’ingresso di Gesù nel tempio. Infatti in tale occasione si benedicono e si distribuiscono ai fedeli le candeline, simbolo di Gesù come luce che illumina le genti, alle quali è attribuita la protezione contro le calamità naturali.

Un tempo il popolo riponeva le candeline o a capo del letto o in un altro posto della casa per garantire benefici influssi contro il male e soprattutto per scongiurare il maltempo e i temporali che minacciavano durante l’anno i raccolti e la vita stessa. Si credeva che, durante i temporali, per scongiurare i fulmini, le “biastéme” (bestemmie) e la grandine, bastava accendere una di queste candeline (da notare come nella cultura tradizionale ai fenomeni naturali venivano assegnati spesso anche comportamenti umani). Erano accese anche per la nascita dei bambini e al capezzale di un moribondo durante l’agonia.

I Celti celebravano una simile festività: si tratta dell’Imboloc, la festa della luce. Il popolo celtico celebrava con questa ricorrenza il ritorno della luce e i primi richiami della primavera.

In Piemonte viene chiamata il ‘Giorno dell’orso’: la leggenda vuole che l’orso, in questa giornata, esca dal letargo per valutare come sia il tempo: se l’inverno è già finito può tornare fuori definitivamente, se invece continua a far freddo se ne può tornare nella tana.

La Candelora serviva come momento di predizione della durata e dell’esito dell’inverno:

Se alla Cannelòra fa u sòle

dall’immérne seme fòre.

Se alla Cannelòra è sole solegne

steme mmezze all’immerne.



Alla consuetudine di togliere il presepe il giorno dell’Epifania si va sostituendo quella di farlo il giorno della Candelora, in particolare in molte famiglie abruzzesi soprattutto nell’Aquilano. Questo è legato alla voglia di riscoprire le tradizioni cristiane perché questo giorno coincide proprio con la Presentazione al Tempio del Signore e le candele simboleggiano la “luce per illuminare le genti”.

In questa data si ricorda anche una triste ricorrenza: quella del terremoto del 1703.

Il 2 febbraio 1703, alle ore 11:05, un devastante terremoto distrusse quasi completamente L'Aquila, causando gravissimi danni in tutto la sua provincia.

Dopo una lunga e intensa sequenza sismica durata quasi un anno, «replicò il tremuoto, e fù così orribile, che con un breue miserere rouinò la Città. Il tremore della medema, li precipitij de gli’Edificij, le grida, i lamenti de’ semi viui, i pianti delli feriti, il timore della morte, e la perdita della luce offuscata per più di due ore, composero in quel momento un tuono d’abisso, e uno spauento infernale; impallidirono i più forti, e rimasero insensati i meno, e tutto spirò orrore, morte, e confusione; cadde la Città, caddero le Chiese, e ogni opra fù coperta dalla desolazione, e miseria, seppellendo sotto monti di pietre tre mila Cittadini d’ogni conditione». Così i magistrati locali nel Ragvaglio per descrivere la tragedia.

Così la descriveva Anton Ludovico Antinori nei suoi Annali: «(...) rovinò buona parte della città, e fu veduto in più luoghi aprirsi la terra (...) la terra continuamente esalava puzzolenti vapori, l'acqua nei pozzi cresceva e gorgogliava, gli acquedotti della città rimasero infranti, e per 22 ore la terra si sentì muovere.»

Secondo le fonti dell'epoca, nei giorni successivi e fino al 26 febbraio, si registrarono 160 forti repliche.

Il sisma ebbe una magnitudo di 6.7 gradi e un'intensità del X grado della scala Mercalli e fu il più intenso e devastante tra gli eventi sismici noti agli storici ad aver colpito l'area aquilana; l'energia rilasciata fu circa 5 volte maggiore di quella del terremoto del 2009.

Si verificò poco prima di mezzogiorno quando i fedeli erano radunati nelle chiese per le celebrazioni liturgiche. Il sisma sorprese alcune centinaia di persone (800 secondo le fonti storiche) che si trovavano in quel momento nella chiesa di San Domenico, dove si concedeva una comunione generale. Il tetto crollò seppellendo i presenti e causò un numero stimato di 600 morti.

La quasi totalità del patrimonio artistico e architettonico, romanico e rinascimentale fu devastato, lasciando intatta solo la cinta muraria.
La facciata della basilica di San Berardino miracolosamente, sopravvisse al sisma.

In totale L'Aquila contò circa 2 500 morti — cioè quasi un terzo della popolazione, stimata in un numero tra le 8 000 e le 10 000 unità— ma il terremoto fece vittime anche nelle città vicine per un bilancio totale di oltre 6 000 vittime. I centri più colpiti dall'evento risultarono Arischia (dove si registrarono tra le 350 e le 400 vittime), Barete, Pizzoli e Scoppito nell'alta valle dell'Aterno e Cittareale, Leonessa — dove «non vi è remasto un muro dell'altezza di quattro palmi» — e Posta sui Monti Reatini, Montereale e le sue 36 ville, già pesantemente lesionate dal terremoto precedente, risultarono totalmente crollate. Gravissimi danni si verificarono anche a Paganica  e San Pelino di Cagnano Amiterno.

Il terremoto fu avvertito in quasi tutta Italia, da Venezia sino a Napoli. A Roma  fece crollare due arcate del secondo recinto del Colosseo. Si registrarono danni al Palazzo del Quirinale e alle basiliche di San Lorenzo e San Pietro in Vaticano..

Alcune grandi spaccature nel terreno si aprirono nei pressi di Cittareale — dove gli effetti catastrofici del terremoto furono amplificati dallo scoppiare di un incendio — e Pizzoli; tra Montereale e Ville di Fano, tre corsi d'acqua sotterranei fuoriuscirono dalle montagne e formarono un lago nella pianura sottostante.

La tragedia colpì così intensamente la comunità che furono modificati gli storici colori della città (il bianco e il rosso) nel nero e nel verde attuali, il primo a ricordo del lutto e l’altro in segno di speranza. Da allora per il ricordo del terremoto il Carnevale aquilano non arriva mai prima del 2 febbraio, ed è definito, dunque, il Carnevale più corto del mondo.

Il ricordo indelebile di tale tragedia è nella chiesa di Santa Maria del Suffragio in L’Aquila, nota anche come chiesa delle Anime Sante, edificata dopo il terremoto del 1703, divenuta simbolo anche del terremoto del 2009.


Invito ad ascoltare il brano Candelora della Nuova Compagnia di Canto Popolare, tratto dall’album omonimo del 2005, vigoroso e suggestivo brano che, sia nel testo che nella musica, sintetizza ampiamente l’atmosfera della festività al ritmo della tammurriata, scandito dalla chitarra battente, dall’incedere delle castagnette, dalla voce potente e suadente di Fausta Vetere ed è arricchito da intermezzi musicali strumentali affascinanti. Insita nel testo anche la vena ironica e scaramantica.

Per ascoltarlo si può digitare su internet nei video. CANDELORA-NCCP-YOUTUBE.

Riporto il testo del brano in napoletano e con la traduzione in italiano.


CANDELORA

(Sfogli, Signore, Ziccardi testo: Sfogli, Ziccardi)

NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE

Quanno veneva ’o tiempo ‘e Cannelora,
ferneva ‘a robba vecchia e asceva ‘o nuovo…
E tutt’’a terra comm’a ‘na figliola,
s’appriparava p’avè ‘a benerizione.
E tutte quante gruosse e piccerille
cannele ne appicciavano a cchiù ‘e mille,
pe’ mannà fòra ‘o mmale ‘a dint’’e case,
e pe’ vasà ‘e mmane a l’anno ca trase…
Siente siè,
‘stu sole che r’è,
t’accarezza comm’’a ‘nu rre
Siente siè
chest’aria che r’è,
è tiempo ‘e musica ‘mpietto a mme.
Magnammo amici miei e po’ bevimmo,
fin quando ce stà uoglio a la lucerna,
chissà si a l’auto munno nce vedimmo,
chissà si a l’auto munno nce stà taverna…
Siente siè,
‘sta terra che r’è
è riggina senza ‘nu rre…
Siente siè,
‘sta festa che r’è,
gir’’o munno attuorno a te…
Guagliona mia si vuo’ fa’ lu ballo,
nun t’aiza’ la vesta ‘o primmo ‘e l’anno.
E zì Giannino abbballa
cu’ ‘a sciaraballo abballa abballa.
Uh guagliona ca t’appienne a tante frasche,
appiennet’ ‘a una ca te mantiene.

TRADUZIONE



Quando arrivava il giorno della Candelora

tutto quello vecchio scompariva e arrivava il nuovo,

E tutta la terra, come una adolescente,

si preparava per avere la benedizione

E tutti, grandi e piccoli

accendevano candele più di mille

per cacciare via il male dalle case

e per accogliere il nuovo anno.

Senti, senti

questo sole che è,

t’accarezza come un re.

Senti senti

quest’aria che è,

è tempo di musica nel mio petto.

Mangiamo amici miei e poi beviamo

fin quando rimane olio nella lampada,

chissà se nell’altro mondo ci incontreremo,

chissà se nell’altro mondo esistono osterie.

Senti, senti,

questa terra com’è

è come regina senza un re.

Senti, senti,

questa festa che è,

tutto gira intorno a te.

Ragazza mia se vuoi ballare

non farlo il primo giorno dell’anno.

Lo zio Giovanni sta ballando

con una donna grassa balla balla.

Ragazza mia che ti appendi a tanti rami,

scegli quelli più robusti.

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