Fiaba anno 2020. L'eremita Franco e i Magi venuti dall'Oriente

 

Foto: I tre Re Magi scendono verso Assergi attraverso il bosco "Macchia Grande.

In tempi per noi lontani, anno 1223, circa otto secoli fa, avvicinandosi il Natale i tre Re Magi, che si erano incontrati lungo la costa dell’Egitto e si avviavano verso Betlemme, per raggiungere la povera capanna ove Gesù era nato, ricevettero in uno strano sogno un incarico molto particolare: “Oltrepassare il mare, raggiungere il paese Greccio, in territorio reatino, il 6 gennaio”.



Baldassarre, Re d'Arabia, giovane e nero di pelle, avrebbe portato al figlio di Dio la Mirra,sostanza tratta da cortecce di vari alberi e dal profumo straordinario.

Foto: Percorso illuminato.


Melchiorre, Re della Persia, il più anziano, avrebbe portato Incenso.





Gaspare, Re dell’India, avrebbe donato l’Oro.






Proprio a Greccio in quell’anno ci sarebbe stato un evento molto particolare, su richiesta del “poverello di Assisi” Frate Francesco a un suo ricco amico e signore del posto, Giovanni Velita, che possedeva un’alta montagna a picco, tutta traforata da grotte e coronata da boschi: “Se tu vuoi aiutarmi, noi possiamo celebrare quest’anno, il più bel Natale che si sia veduto… In uno dei tuoi boschi, intorno al nostro eremo, c’è una grotta simile a quella di Betlemme. Vorrei raffigurare al vivo la scena del Natale, e vedere con gli occhi del corpo la povertà in cui Gesù Bambino venne al mondo, e come fu adagiato in una greppia e come vi giaceva tra il bove e l’asinello”.

Foto: Presepe di Franca Petricca

I Re Magi lasciarono i loro cammelli e il seguito, portarono con sé tre fedeli servitori e si imbarcarono; traversarono le acque del Mediterraneo, il Mar Ionio e risalirono lungo le sponde italiane del Mar Adriatico, sino alla foce di un fiume ricco di acque che, dalle montagne dell’interno della penisola delineate all’orizzonte, si riversavano nel mare. Superato il fiume scelsero di approdare lungo la riva, sostarono e fecero arrivare da un borgo di povere case là vicino tre muli e tre cavalli, più adatti dei cammelli per un viaggio di attraversamento di boschi, paesi e monti rocciosi. Sulla base di indicazioni avute dagli abitanti del posto si avviarono l'uno dopo l'altro verso l’interno. Si diressero dapprima verso la romana città di Pinna, attuale Penne, attraversarono pianura e colline, sino ad arrivare ad un fitto bosco che ricopriva i fianchi di un monte, risalendo così verso le alte montagne del Gran Sasso.

Ad un certo punto, in maniera un po’ inattesa ecco aprirsi tutta la Piana di Campo Imperatore denominata nel 1500 “Campo Radduro” da  Francesco De Marchi:

Poi per levante e ponente vi è una pianura nominata Campo Radduro nella sommità d’altissimi monti, la quale è lunga dodici miglia, e in alcun luoco larga due miglia, et nel più stretto è un miglio e mezo, dove son Fonti d’acque buonissime e laghetti fatti dalle dette Fonti.”

Foto: Piana di Campo Imperatore (particolare) di una ricostruzione grafica anonima.

Superati smarrimento e meraviglia di fronte a un paesaggio splendido e maestoso e confortati da una insolita e calda temperatura nonostante il vicino inverno, ricordiamo che siamo nel periodo del “caldo medioevale” e le temperature di allora non erano quelle di oggi con freddo e neve, iniziarono la traversata, incontrando qualche gregge e pastore: gli attuali Ruderi di Sant’Egidio ed allora dimora di monaci, la “Fossa di Paganica” e il suo lago, “Valle Fredda” e la sorgente “U Puzzegliu”. Ogni volta che trovavano l’acqua si fermavano a ristorarsi. Stavano intanto scendendo lungo il fianco del monte e dall’alto si vedeva la vegetazione del bosco “Macchia Grande” e in lontananza un paese.

La loro meta era il sentiero detto “Il Vasto”, che li avrebbe condotti verso Montereale, Rieti, per poter raggiungere Greccio e il primo presepe, voluto da Frate Francesco.

Si trovavano nel punto in cui il bosco comincia a ricoprire le rocce e diventa sempre più fitto lungo i fianchi del monte. I passi smuovevano e facevano crepitare le foglie secche che ricoprivano il sentiero quasi un tappeto.



Foto: Percorso dei Magi attraverso il bosco "Macchia Grande".

Scendeva intanto dall’alto della sua spelonca di Pizzo Cefalone, come spesso faceva nei giorni festivi, l’eremita Franco, avvolto nel suo saio benedettino e, superate le rocce, anche i suoi passi facevano crepitare le foglie secche del sentiero che attraversava il bosco e portava ad Assergi. Pensava ai suoi confratelli che lo aspettavano nel convento per le celebrazioni della notte di Natale; lo avrebbero ospitato lì per la notte e l’indomani, dopo aver celebrato la messa, sarebbe risalito al suo eremo. Era immerso in questi pensieri quando percepì un rumore strano di foglie smosse e la presenza di più persone che attraversavano il bosco; si fermò ad aspettare, come usavano fare le persone in montagna e quale fu la sua meraviglia quando vide i tre stranieri riccamente vestiti e tre servitori che seguivano con i muli.

Foto: La statua di San Franco è stata scolpita nel legno da Angelo Acitelli

Si salutarono, si presentarono ed ognuno parlò della meta da raggiungere. Visto che si avvicinava la sera l’Eremita Franco convinse tutti a raggiungere il convento di Assergi e la sua chiesa per riposare sino all’indomani e poi attraverso la valle de “Il Vasto” raggiungere Rieti e Greccio.

Si formò così un corteo che attraversava il bosco e si dirigeva verso il paese.

Foto: Percorso illuminato.

L’eremita Franco aveva una pena nel cuore. Saputo che i Magi avrebbero portato al Bambino i loro ricchi doni, oro, incenso e mirra, pensava dentro di sé: “Cosa posso offrirti io, o Signore, a parte la mia preghiera? Nella mia grotta fra le rocce non ci sono cibi, né vestiti, né beni che io possa portarti, eppure nasci in una nuda e povera capanna ed io non sono stato capace di preparare alcunché! I Magi sono partiti da lontano con i loro doni da portare al presepe di Greccio, mentre io non ci ho nemmeno pensato.”

Proseguiva così nel cammino pensieroso e preoccupato; intanto, mentre scendevano l’ultimo lembo di bosco, boscaioli e contadini, carbonai che sostavano presso le loro “calecare” e pastori della zona, attirati dalla stranezza e dalla novità dei Re Magi riccamente vestiti, e soprattutto dalla figura del giovane e nero Baldassarre che li precedeva con la sua andatura regale e baldanzosa, parlato con Franco e salutati gli stranieri, si accodavano imboccando “Via Portella” e formando uno strano e lungo corteo che andava verso il paese e la sua chiesa benedettina, passando per “’Na Porta”; per strada si unirono anche donne e ragazzi

Foto: La ricostruzione della linea delle mura di Assergi è opera di Antonio Del Sole

Arrivati nella piazza, i confratelli benedettini, richiamati dal rumore del corteo e dal chiacchierio, salutarono tutti e ristorarono stranieri e sopravvenuti mettendo a disposizione il loro povero cibo e quello offerto dai pastori, boscaioli e vari abitanti.

Tutti entrarono, quindi, in chiesa e si unirono ai confratelli benedettini che pregavano in raccoglimento.

Qui si verificò un evento meraviglioso. In un angolo della piccola chiesa, allora costituita dalla sola navata centrale, si illuminò una capanna ed in essa si materializzò un Bambino, proprio come a Greccio.

Foto: La capanna della Natività del Presepe Ottocentenario

Davanti alla capanna si illuminò anche un tronco e l’eremita Franco cadde in ginocchio e ringraziò il Signore perché sulle sporgenze di questo tronco, quali doni per il Bambino, riconobbe le povere cose che aveva portato con sé uscendo dal convento di Lucoli per condurre la sua vita di eremita, di povertà e di meditazione: nove pani . un pugno di sale, la catinella di quercia, il Breviario, una fiaschetta. Si sentì sereno e appagato e sorrise delle sue preoccupazioni durante il cammino nel bosco.

Foto: I doni di San Franco al Bambino.

Terminata la cerimonia della mezzanotte tutti andarono a riposare. La mattina successiva, concelebrata nella chiesa sul presto la Messa di Natale, l’eremita Franco, ancora forte nonostante l’età avanzata ed i segni del tempo sul suo viso scarno, dopo aver aiutato a fornire viveri di conforto al proseguimento del viaggio, si offrì di accompagnare i Magi. 

Foto: "Valle del Vasto" vista dall'alto di Monte San Franco

Si incamminarono lungo il sentiero che dalla chiesa scendeva sino al torrente Raiale ricco di acque e spumeggiante, poi lo costeggiarono lungo la riva, risalendone il corso verso le sorgenti: incontrarono campi coltivati ad erbaggi grazie alla presenza di acqua, la sorgente di Santa Maria e la rudimentale incanalazione delle sue acque purissime, e mano a mano che procedevano e risalivano, sporgenze rocciose, massi, grotte incavate dall’azione erosiva dell’acqua, la misteriosa Grotta a Male e il suo profondo lago sotterraneo, la sorgente Acqua di San Giovanni e qua e là sparse nel bosco tante piccole polle di acqua; più avanti le casette dei Castelli della “Genca” e de “Il Vasto”; ecco arrivare ad un sentiero che proseguiva tortuoso in orizzontale sul fianco del monte e che avrebbe permesso di giungere nella zona di Ortolano, Mopolino Montereale, imboccando poi la romana Via Litina, che, passando per Androdoco, avrebbe condotto sino a Rieti ed a Greccio.



Qui ci fu il momento del commiato. I Magi ringraziarono, ci si scambiò un abbraccio di saluto e di augurio per il successivo cammino. Franco, attraverso la montagna, diresse i suoi passi verso la grotta su Pizzo Cefalone.

Il 6 gennaio 1224, molto sul presto, albeggiava appena, i Re Magi offrirono i loro doni e restarono in adorazione davanti alla povera capanna del presepe di Greccio; non occorre dire che molto raccontarono dell'incontro e della sosta in Assergi con l'eremita Franco.




Nota

Le foto sono originali. Le cartine schematiche sono state tratte dal libro di Sandro Zenodocchio Antica viabilità in Abruzzo, Rea Edizioni, 2008, L'Aquila. Le statuine dai siti www.holyart.it Gaspare, www.vaticanum.com  Baldassarre e Melchiorre

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