Un fascio di luce si diffuse dalle pendici di Pizzo Cefalone

di Ivana Fiordigigli


Precisamente il fascio di luce si originava dalla spelonca, ove San Franco aveva trovato l’ultima sua dimora, posta lì in alto, oggi quasi al limite dell’habitat della vegetazione arborea che ricopre i fianchi della montagna.

Occorre tornare indietro nel tempo, ottocento anni fa, in uno degli anni tra il 1220 e il 1230. Sicuramente non è una luce che si origina da attività umana. Insieme ad altri due eventi prodigiosi, le campane che suonano da sole nella Chiesa “Santa Maria Assunta di Assergi, il canto dei galli in piena notte, è l’annuncio che l’eremita San Franco è morto, proprio lì sulla montagna, santamente e coraggiosamente, in solitudine e in preghiera, così come è sempre vissuto.

I monaci benedettini dell’antico convento di Assergi (attuali locali della casa canonica e altri attigui) e il popolo tutto di Assergi, capiscono l’accaduto, risalgono la montagna e in corteo riportano il suo corpo nella chiesa e lo seppelliscono nella cripta.

Sicuramente porre presso la spelonca dal gennaio 2020 una lampada a ricarica solare è stata una idea felice e un bel gesto, ma non deve restare esterno. Occorre approfondire, capire che entriamo nel campo dello spirituale e del miracoloso, andiamo al di là del razionale e del comprensibile, nella parte più intima della storia del Santo, che tra quelle rocce ha vissuto, si è raccolto in preghiera, ha sofferto, ha guardato chissà quante volte da lontano il borgo di Assergi ed i suoi confratelli monaci.

La lampada è un simbolo e un richiamo; occorre però attenzione a non porre sullo stesso piano le azioni umane odierne e la carica simbolica e spirituale di quanto vissuto e raccontato dagli "Atti".




Atti di San Franco

Questa che segue è la descrizione di come ad Assergi si accorgono di quanto è successo su a Pizzo Cefalone; la fa il monaco che, circa quaranta anni dopo la morte del Santo, anni Sessanta o Settanta del 1200, scrive gli “Atti” (dal testo in latino dell’antico manoscritto di Assergi, riportato nella Dissertazione del Tomei, pp. 54-63):

“Quibus cetus monasticus, et populus unanimiter exscitati, et invicem congregati, per directum ad cellulam lumen quasi carbunculum aspexerunt: cocipientes confestim felicem obitum servi Dei. Et quia rectis corde lumen exortum erat in tenebris, Clerus et populus cum precibus, et devotis suspiriis ad cellulam quantocius concurrerunt.”

di Ivana Fiordigigli 1 giugno 2020


Traduzione degli Atti, stessi versi, fatta da Nardo de Nardis, 1640 (riportata dalla Dissertazione del Tomei pp. 68-77)

“laonde non solo gli ecclesiastici e i laici, ma tutto il popolo di quel Castello svegliati, viddero per retta linea un chiarissimo lume, come Carbonchio, alla stanzuccia del Santo: Sicché subbito, immaginandosi e raccogliendo, che era trapassato il servo di Dio (quod recto corde lumen exortum erat in tenebris) tutti uniti con orazioni e sospiri ivi concorsero, …”




Traduzione molto più vicina a noi fatta dal Prof. Ilio di Iorio in un testo edito di recente, autori Stefania Di Carlo, Ilio di Iorio (pp. 99-100):

“Religiosi e popolo ne furono unanimemente commossi, si riunirono e videro direttamente presso la cella di lui una luce come proveniente da un tizzone e subito capirono che il servo di Dio era serenamente morto.

Perciò per i puri di cuore si era accesa una luce nelle tenebre. Clero e popolo, pregando e sospirando devotamente accorsero alla sua cella.”




Canzone popolare A San Franco di Assergi (p. 409 del libro di Demetrio Gianfrancesco del 1980)




E di notte si sente una voce

Che ogni uomo da Assergi è partito:

Era morto San Franco eremita,

Alla spelonca lo vanno adorar.




Storia di San Franco di Assergi, forse del Parroco D. Ermanno Morelli (p. 411-412 del testo di Demetrio Gianfrancesco del 1980)




Una luce vivissima viene

dalla grotta, dimora del Santo.

E commossi con lacrime e pianto

“Egli è morto” ripetono ognor.




Storia di San Franco di Roio Protettore di Assergi del Parroco di Roio Antonio Trionfi (p. 423 del libro di Demetrio Gianfrancesco del 1980)




Ma al chiaror luminoso di sole,

che partiva dal monte lontano,

corse gente per valli e per piano,

e San Franco in ginocchio trovò.







L’ultima descrizione della morte del Santo, che piace riportare per la sua forte, ma ingenua, espressività è in una delle formelle dell’altare dedicato a San Franco e riporta, sotto, la seguente dicitura trascritta dal Tomei nella Dissertazione:

“Quando il B. Franco rese lo spirito a Dio et le campane del Monasterio di S. Maria di Assergi sonorono da se et cantorno i galli. Al che resvegliati i monaci e tutto il popolo s’inviorno verso il S. et lo riportorno con solennità in detto Monasterio.”

La particolarità deriva da come il pittore ha reso attuale al 1400 l’episodio della morte del Santo e della sua sepoltura:


la numerosità dei monaci, sicuramente più numerosi di quei quattro o cinque che usavano abitare il convento di Assergi (come afferma il Tomei nella Dissertazione);


il colore della tonaca che indossano: non è quella nera dei confratelli benedettini di San Franco, ma nemmeno quella bianca dei Celestini, nati posteriormente all'evento morte di San Franco.

Sicuramente il pittore, nel raccontare la morte del Santo, si è ispirato alla tradizionale processione annuale svolta in suo onore negli anni del 1400; ad essa partecipavano le Confraternite, fra le quali quella di San Franco e i cui aderenti indossavano la tonaca bianca con la mantellina La foto a sinistra è de fotografo Aldo Ippoliti, anni sessanta, settanta del 1900.La foto a destra è di 
Giovanni De Leonardis, 2014nera. Qualche anziano ricorda ancora oggi, che hanno indossato questo abbigliamento sino a circa la metà del i900, quando la Confraternita scompare..

Altro particolare da notare nella formella è la particolare croce in metallo scolpito che apre la processione.

Si può confrontare con quella della foto di Aldo Ippoliti, scattata negli anni sessanta-settanta nel corso di una processione. Una croce quindi molto antica, in uso nel 1400, ma non si conosce da quanto tempo, usata sino alla seconda metà del 1900 ed oggi non trovata nella chiesa.



Un fascio di luce si diffuse dalle pendici di Pizzo CefaloneI.F. 1 giugno 2020

Precisamente il fascio di luce si originava dalla spelonca, ove San Franco aveva trovato l’ultima sua dimora, posta lì in alto, oggi quasi al limite dell’habitat della vegetazione arborea che ricopre i fianchi della montagna.

Occorre tornare indietro nel tempo, ottocento anni fa, in uno degli anni tra il 1220 e il 1230. Sicuramente non è una luce che si origina da attività umana. Insieme ad altri due eventi prodigiosi, le campane che suonano da sole nella Chiesa “Santa Maria Assunta di Assergi, il canto dei galli in piena notte, è l’annuncio che l’eremita San Franco è morto, proprio lì sulla montagna, santamente e coraggiosamente, in solitudine e in preghiera, così come è sempre vissuto.

I monaci benedettini dell’antico convento di Assergi (attuali locali della casa canonica e altri attigui) e il popolo tutto di Assergi, capiscono l’accaduto, risalgono la montagna e in corteo riportano il suo corpo nella chiesa e lo seppelliscono nella cripta.

Sicuramente porre presso la spelonca dal gennaio 2020 una lampada a ricarica solare è stata una idea felice e un bel gesto, ma non deve restare esterno. Occorre approfondire, capire che entriamo nel campo dello spirituale e del miracoloso, andiamo al di là del razionale e del comprensibile, nella parte più intima della storia del Santo, che tra quelle rocce ha vissuto, si è raccolto in preghiera, ha sofferto, ha guardato chissà quante volte da lontano il borgo di Assergi ed i suoi confratelli monaci.

La lampada è un simbolo e un richiamo; occorre però attenzione a non porre sullo stesso piano le azioni umane odierne e la carica simbolica e spirituale di quanto vissuto e raccontato dagli "Atti".




Atti di San Franco

Questa che segue è la descrizione di come ad Assergi si accorgono di quanto è successo su a Pizzo Cefalone; la fa il monaco che, circa quaranta anni dopo la morte del Santo, anni Sessanta o Settanta del 1200, scrive gli “Atti” (dal testo in latino dell’antico manoscritto di Assergi, riportato nella Dissertazione del Tomei, pp. 54-63):

“Quibus cetus monasticus, et populus unanimiter exscitati, et invicem congregati, per directum ad cellulam lumen quasi carbunculum aspexerunt: cocipientes confestim felicem obitum servi Dei. Et quia rectis corde lumen exortum erat in tenebris, Clerus et populus cum precibus, et devotis suspiriis ad cellulam quantocius concurrerunt.”




Traduzione degli Atti, stessi versi, fatta da Nardo de Nardis, 1640 (riportata dalla Dissertazione del Tomei pp. 68-77)

“laonde non solo gli ecclesiastici e i laici, ma tutto il popolo di quel Castello svegliati, viddero per retta linea un chiarissimo lume, come Carbonchio, alla stanzuccia del Santo: Sicché subbito, immaginandosi e raccogliendo, che era trapassato il servo di Dio (quod recto corde lumen exortum erat in tenebris) tutti uniti con orazioni e sospiri ivi concorsero, …”




Traduzione molto più vicina a noi fatta dal Prof. Ilio di Iorio in un testo edito di recente, autori Stefania Di Carlo, Ilio di Iorio (pp. 99-100):

“Religiosi e popolo ne furono unanimemente commossi, si riunirono e videro direttamente presso la cella di lui una luce come proveniente da un tizzone e subito capirono che il servo di Dio era serenamente morto.

Perciò per i puri di cuore si era accesa una luce nelle tenebre. Clero e popolo, pregando e sospirando devotamente accorsero alla sua cella.”




Canzone popolare A San Franco di Assergi (p. 409 del libro di Demetrio Gianfrancesco del 1980)




E di notte si sente una voce

Che ogni uomo da Assergi è partito:

Era morto San Franco eremita,

Alla spelonca lo vanno adorar.




Storia di San Franco di Assergi, forse del Parroco D. Ermanno Morelli (p. 411-412 del testo di Demetrio Gianfrancesco del 1980)




Una luce vivissima viene

dalla grotta, dimora del Santo.

E commossi con lacrime e pianto

“Egli è morto” ripetono ognor.




Storia di San Franco di Roio Protettore di Assergi del Parroco di Roio Antonio Trionfi (p. 423 del libro di Demetrio Gianfrancesco del 1980)




Ma al chiaror luminoso di sole,

che partiva dal monte lontano,

corse gente per valli e per piano,

e San Franco in ginocchio trovò.







L’ultima descrizione della morte del Santo, che piace riportare per la sua forte, ma ingenua, espressività è in una delle formelle dell’altare dedicato a San Franco e riporta, sotto, la seguente dicitura trascritta dal Tomei nella Dissertazione:

“Quando il B. Franco rese lo spirito a Dio et le campane del Monasterio di S. Maria di Assergi sonorono da se et cantorno i galli. Al che resvegliati i monaci e tutto il popolo s’inviorno verso il S. et lo riportorno con solennità in detto Monasterio.”

La particolarità deriva da come il pittore ha reso attuale al 1400 l’episodio della morte del Santo e della sua sepoltura:


la numerosità dei monaci, sicuramente più numerosi di quei quattro o cinque che usavano abitare il convento di Assergi (come afferma il Tomei nella Dissertazione);


il colore della tonaca che indossano: non è quella nera dei confratelli benedettini di San Franco, ma nemmeno quella bianca dei Celestini, nati posteriormente all'evento morte di San Franco.

Sicuramente il pittore, nel raccontare la morte del Santo, si è ispirato alla tradizionale processione annuale svolta in suo onore negli anni del 1400; ad essa partecipavano le Confraternite, fra le quali quella di San Franco e i cui aderenti indossavano la tonaca bianca con la mantellina nera. Qualche anziano ricorda ancora oggi, che hanno indossato questo abbigliamento sino a circa la metà del i900, quando la Confraternita scompare..

Altro particolare da notare nella formella è la particolare croce in metallo scolpito che apre la processione.

Si può confrontare con quella della foto di Aldo Ippoliti, scattata negli anni sessanta-settanta nel corso di una processione. Una croce quindi molto antica, in uso nel 1400, ma non si conosce da quanto tempo, usata sino alla seconda metà del 1900 ed oggi non trovata nella chiesa.



La foto a sinistra è del fotografo Aldo Ippoliti, anni sessanta, settanta del 1900.La foto a destra è di Giovanni De Leonardis, 2014







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