Sacralità - U quadrucce della Madonna



Premessa

L'argomento proposto ieri da Mimina, "La Madonna in pellegrinaggio" nelle case di Assergi, ha subito richiamato in mente un racconto pubblicato da Franco Dino Lalli qualche anno fa. Gustosamente ci apre uno scorcio di paese inedito, ma estremamente vivo e pulsante, nel vocio ed intercalare dialettale delle donne che vengono a conoscenza di una scomparsa: quella della Madonna Pellegrina e qui, come in un giallo, si apre il campo delle supposizioni, dei dubbi, anche dello sgomento e rammarico per la perdita di un bene pregno di significati e di vita vissuta, di preghiere, di suppliche, di speranze; questo si viene a scoprire e ci si riflette su, ora che è scomparso il quadro della Madonna. E' curioso che nessuno nel paese riesca a ricordare in maniera precisa la figura e il volto di questa prima icona della Madonna scomparsa; è come se tale fatto abbia dato origine ad una rimozione collettiva. Se qualcuno, che legge, conosce qualche particolare in più sul quadro in questione, ci farebbe molto piacere avere qualche informazione, attraverso l'e-mail del sito o con contatto telefonico.Diviso in tre parti ripropongo il racconto di Dino Lalli, tratto dal libro I racconti del vento pubblicato da Edizioni Oriental Express di Castelfrentano nel giugno 2007, pp. da 17 a 33. Prossima puntata Domenica 21 giugno.I. F. ( Inserito sul sito il 19 e il 21 giugno 2020)





Sacralità - U quadrucce della Madonna

di Franco Dino Lalli



(Prima parte: agitazione tra le donne del paese per la scomparsa del quadro e decisione di fare qualcosa)
(Segue seconda parte: dai carabinieri) 
(Segue terza parte: dal Parroco)



Come ogni mattina, di buon'ora, Giovanna aprì le imposte della finestra e uscì sul piccolo balcone che si affacciava sulla piazzetta antistante.

L'aria fresca di quel lontano giorno d'aprile le giunse lieve e inaspettata. Ne respirò ampiamente e, con apprensione, guardò il cielo gonfio di nuvole minacciose. Ad un tratto ebbe un sobbalzo perché si sentì chiamare.

<< Giovannì … >>. Si guardò intorno e scorse, vicino alla fontanella che zampillava nel lato destro della piazzetta, un gruppo di donne che discutevano animatamente. Riconobbe subito la sua vicina di casa, Maria, che l'aveva chiamata.

<< Giovannì, cala che te tèma parlà.1 >>

<< Ma ancora non me lave2 la faccia… >> le rispose quasi con pudore e con vergogna Giovanna.

<< Nen te preoccupà, nen fa gniente, vé!3 >> la esortò ancora la sua vicina.

Così Giovanna, senza più pensare al suo stato e alle faccende mattutine che avrebbe dovuto sbrigare in casa, dopo aver aperta la porta di casa togliendo il paletto che la sprangava, si precipitò trepidante e curiosa verso le donne.

<< Que ha succese?4 >>, chiese loro trafelata.

<< S'ha perse u quadrucce della Madonna e nisciune sa che fine ha fatte.5 >> rispose Gioconda, una vecchia dall'espressione triste.

<< Ma quest'a dì. Come s'ha perse?6 >> chiese incredula e preoccupata Giovanna.

<< Tu, forze, non te nne scì accorta. E' tante che nen se vede cchiù e non capìme come maje. Steame a dì che sicuramente j'ave arrobbate. Nisciune j'ha cchiù avute e l'unica cosa da pensà è che quacune j'ha arrobbate, nen pò èsse atre.7 >> sentenziò Gioconda, accentuando il suo sguardo affranto.

(Terza parte: dal Parroco)<< Ma scì sicura, Giocó? Prima de dì na cosa cuscì bisogna èsse sicuri. Nen se pò dà le colpe aji'atri se nen s'è sicuri!8 >> disse Giovanna.

Le altre donne la guardarono stupite e nel loro volto si disegnò la stizza e il risentimento.

<< Ma te pare che poteme dì na cosa cuscì se non seme sicure? Le seme domandate a tutti quiji che poteame, ma nisciune sa addó ha jite a fenì.9 >> disse Giuseppina, quasi con rabbia. << E perciò, l'unica cosa che poteme pensà è che se j'ave pijiate pe facci chisà che.10 >>

<< Ma chi ju potéa arrobbà e pó pe facci che? Nen è mica na cosa de valore, è sole na cosa importante pe no, mica pe ji'atri.11 >> insisté Giovanna.

<< Che pòzzane èsse accisi. Nen ze fa, nen ze fa.12 >> fece Emilia, accompagnando l'invettiva con i pugni serrati.

Il quadro in questione era per il paese un simbolo, il simbolo della famiglia e della cordialità. Era un'immagine della Sacra Famiglia, racchiusa in una teca di legno, con due sportelli che si aprivano e chiudevano davanti per protezione. Si teneva in casa per un giorno ed una notte e poi si passava al vicino e così via, in modo che tutto il paese avesse la possibilità e la gioia di custodirla, di degnarla di un posto di riguardo e di venerarla con devozione.

Era consuetudine pensare che il passaggio della sacra immagine aiutasse a preservare chiunque dal male, male fisico o morale e a mantenere, con il rituale del passaggio, cordialità ed amicizia nei componenti del vicinato e in tutto il paese.

<< Che pòzza fà la fine deiju quadrucce della Madonna chi se j'ha pijiate! >>13 esclamò irritata Maria.

Queste parole, certo dettate dal risentimento, erano riferibili ad un'espressione usuale nel paese. L'usanza del passaggio della sacra immagine era divenuta, infatti, anche il simbolo per identificare una situazione di transitorietà ed era presa in prestito come figura simbolica per augurare del male a qualcuno, augurandogli di poter vagare all'infinito allo stesso modo del quadro in questione.

<< Da quanne nen ha passate cchiù, quante ne sò capitate!14 >> disse Gioconda.

<< E' lo vere, >> confermò Giovanna << sò sentite che ju fijie de Pasqualine non ha scritte cchiù dall'America e la mamma sta sempre a piagne.15 >>

<< Ma pecché, a no nen ha successe che la vigna nen ha cacciate, la ielata l'ha fatta secca.16 >> disse sconsolata Emilia.

<< Ah, pover'a no. Come se pò fà?17 >> esclamò ancora più sconsolata Maria.

<< Gniente. O retroveme u quadre o ci teneme tutte le disgrazie.18 >> sentenziò Gioconda.

<< Ma mica poteme ì a domandà a tutti! Come se fa? Tèma trovà quacune che ci pòzza aiutà, quacune che ci pòzza cunsijià.19 >> propose Giovanna.

Dal momento che nessuna delle donne aveva da suggerire una soluzione, rimasero in silenzio e si guardarono negli occhi interrogandosi, stringendosi negli scialli, percorse da un brivido di freddo.

Furono alcuni istanti di dubbio, poi il silenzio fu rotto, quasi all'improvviso, dall'arrivo di Sara che sopraggiunse da un vicolo laterale della piazzetta. Ella era nota per la sua intraprendenza e per la sua schiettezza e, tante volte, si era mostrata indispensabile a risolvere problemi. Chi, dunque, meglio di lei avrebbe potuto aiutarle a risolvere il mistero del quadro?

Non appena le donne iniziarono a raccontarle il fatto e ad esplicarle le loro ipotesi, la donna le anticipò, dando prova che ne era già a conoscenza.

<< L'ùrdema persona che pare ha avute u quadre ha stata la sòrda. Cuscì m'ave ditte. Perciò jam'a vedé se sa quaccosa.20>> propose Sara.

<< Ma quela non ci sente, come ci pò aiutà?21 >> disse scettica Maria.

Le donne, nonostante i dubbi, con risolutezza e con speranza, senza frapporre tempo in mezzo, si avviarono verso la casa della donna. S'incamminarono e, dopo un breve tragitto, arrivarono alla porta della sua casa. Bussarono e attesero una risposta. Invano continuarono a bussare ancora con più veemenza e poi a chiamarla a voce alta, quindi provarono a girare il chiavistello che serrava la porta e si resero conto che non era chiusa.

Una volta all'interno della casa la chiamarono ancora sperando che lei rispondesse. Quindi salirono le scale che si trovarono di fronte e, giunte su un pianerottolo, entrarono nella porta che si apriva a sinistra e che dava sulla cucina. Lì trovarono, vicino al fuoco, Marietta che rammendava le sue calze. Non appena la donna si rese conto della presenza di estranee le apostrofò: << Che volete? >>.

<< Marié, >> disse Maria avvicinandosi a lei con la speranza di essere udita, << è lo vere che sci stata tu l'ùrdema a tené u quadre della Madonna? A chi u scì passate, te lle recorde?22 >>.

<< Ji nen te capisce, strilla ca nen te sente.23 >> fu la risposta.

Maria tornò a ripetere, a voce più alta, la domanda, ma la donna fece segno di non capire.

<< Ma come se fa. Questa nen ci sente, è inutile.24 >> disse Gioconda facendo intendere che era del tutto inutile proseguire.

<< E' tempe sprecate.25 >> fece rassegnata Maria.

Così alle donne non rimase altro che andarsene di lì non prima però di aver gettato un'occhiata tutt'intorno per accertarsi della presenza del quadro nella casa. Ma niente da fare, di esso nemmeno l'ombra e dunque si precipitarono fuori.

D'un tratto, come illuminata, Sara si rivolse alle altre donne le quali ormai avrebbero accettato qualsiasi proposta: << L'unica cosa è jì aji carabinieri, essi scì che sanne come aiutacci!26 >>

Quindi, senza indugio, le donne presero la direzione della caserma, situata all'esterno del paese, proprio di fronte alla porta orientale.

Passarono vicino al piccolo negozio di generi alimentari e le donne che si trovavano all'interno, incuriosite, chiesero loro il motivo di tanta agitazione. Sara, che non si poneva problemi di sorta, invitò le clienti ad unirsi a loro. Alcune con il cartoccio della spesa appena acquistata, riposto nelle tasche del loro grembiule, si unirono alle donne. Il gruppo dunque si fece assai numeroso e così un vociare sommesso, un diffuso parlottio si alzava lungo le strade silenziose del paese e diventava cupo e rimbombante quando il gruppo si trovava a passare sotto archi e strettoie o quando sostava, in uno spazio più ampio, per riposare e per relazionare il motivo di tanto trambusto alle nuove venute.


1 Giovanna, scendi che ti dobbiamo parlare.2 Lavo.3 Non ti preoccupare, non fa niente, vieni.4 Che cosa è successo?5 S'è perso il quadro della Madonna e nessuno sa che fine ha fatto.6 Ma che stai a dire. Come si è perduto?7 Tu, forse, non te ne sei accorta. E' tanto che non si vede più e non capiamo come mai. Stavamo dicendo che sicuramente è stato rubato. Nessuno lo ha più avuto e l'unica cosa a cui pensare è che qualcuno lo abbia rubato, non può essere altrimenti.8 Ma sei sicura, Gioconda? Prima di dire una cosa del genere bisogna essere sicuri. Non si possono dare le colpe agli altri se non si è sicuri!9 Ma ti pare che potremmo dire una cosa del genere se non fossimo sicure? Lo abbiamo chiesto a tutti quelli che potevamo, ma nessuno sa dove sia finito.10 E perciò, l'unica cosa che possiamo pensare è che lo abbiano preso per farci chissà che.11 Ma chi lo poteva rubare e poi per farci cosa? Non è una cosa di valore, è solo una cosa importante per noi, non per gli altri.12 Che possano essere uccisi. Non si fa, non si fa.13 Chi lo ha preso possa fare la fine del quadro della Madonna.14 Da quando non è passato più, quante ne sono capitate!15 E' vero, ho sentito che il figlio di Pasqualino non ha più scritto dall'America e la mamma sta sempre a piangere.16 Ma perché, a noi non è successo che la vigna non ha prodotto gemme, la gelata l'ha fatta secca.17 Ah, poveri noi. Come si può fare?18 Niente. O ritroviamo il quadro oppure ci teniamo tutte le disgrazie.19 Ma mica possiamo andare a chiedere a tutti! Come si fa? Dobbiamo trovare qualcuno che ci possa aiutare, qualcuno che ci possa consigliare.20 L'ultima persona che pare abbia avuto il quadro è stata la sòrda. Così mi hanno detto. Perciò andiamo a vedere se lei sa qualcosa.21 Ma quella non ci sente, come ci può aiutare?22 Marié, è vero che sei stata tu l'ultima ad avere in casa il quadro della Madonna? A chi lo hai passato, te lo ricordi?23 Io non ti capisco, strilla che non ti sento.24 Ma come si fa. Questa non ci sente, è inutile.25 E' tempo sprecato. 26 L'unica possibilità è andare dai carabinieri, loro sì che sanno come aiutarci!




(Seconda parte: dai carabinieri)


Giunte al cancello della caserma, le donne varcarono, con una certa apprensione, la soglia di quello che era considerato un territorio proibito, da transitare solo nel momento del bisogno. Percorsero lo spazio delimitato lateralmente dalla rete che costituiva il passaggio obbligato, tra le altre proprietà e quelle della caserma, per giungere, infine, davanti ad un altro cancello, un piccolo cancello di legno che dava sul cortile interno della caserma. Il cortile era pieno di alberi da frutta, di cespugli ben tenuti di bosso e di altre piante, con nel centro una peschiera che nessuno aveva mai avuto modo di osservare. Enorme agli occhi delle donne quasi spaurite, si presentò la caserma stessa, una grande costruzione a tre piani: uno per gli uffici, quello soprastante per le abitazioni e quello sotterraneo per le prigioni provvisorie.

Mentre osservavano quasi non si accorsero del sopraggiungere di un carabiniere che, abbandonato per un momento il suo lavoro di potatura delle piante, in maniche di camicia, si parò davanti a loro e con fare minaccioso chiese il motivo della loro venuta.

<< Vogliamo parlà co ju marescialle, abbiamo bisogno d'aiuto e di consigli. >> fece Sara, come sempre più risoluta delle altre.

<< Il maresciallo è occupato, ma vedrò di fare in modo che venga da voi. Aspettate qui, non posso farvi entrare tutte, voi capite! >> rispose il carabiniere con una gentilezza mista a scetticismo e a sbalordimento. Poi si diresse verso l'ingresso della caserma, riassettandosi la camicia.

Rimaste sole, le donne si guardarono tra loro con un fare interrogativo, spaurite, come se si sentissero colpevoli di chissà quale reato. Molte di loro si sentirono come sempre quando si trovavano di fronte alla legge, prive d'ogni difesa e d'ogni aiuto.

<< Ma que ji dicéme ajju marescialle, mo? Que ji dicéme se nen sapìme gniente, come ci pò aiutà?1 >> esclamò Angela.

<< Nen te preoccupà, >> disse cercando di tranquillizzarla Sara << ji parleme e sicuramente quaccosa succedarrà.2 >>

<< Me l'immàgine… le saccie già quele che pò dì. >> rispose poco convinta Margherita << Ju cunusche bene jì!…3 >>

<< Tu è meglie che te sta zitta pecché té na lengua come nu serpente. Perciò è meglie che te sta zitta e che lasse parlà a no.4 >> la redarguì Sara.

Sentendosi rimproverata Margherita tacque, ma aveva impresso nel volto tutto il rancore e la rabbia repressa, covata lungamente nell'animo per l'esperienza vissuta in prima persona. Così sbottò: << Jì nen me pòzze stà zitta, quele che tenga dì le tenga dì!5 >>

Sara la interruppe: << Qua vòta se tèa pure mparà a stasse zitte.6 >>

La discussione, che stava diventando sempre più animata, fu interrotta dall'arrivo del maresciallo.

<< Ditemi, che cosa c'è di tanto grave ed urgente? >>

Sara prese coraggio e parlò, mentre le altre zittirono: << Marescià, tu ci devi aiutà. Siamo venute a chiede d'aiutacci a retrovà u quadrucce della Madonna che è scomparse, nen se trova cchiù e no nen ne poteme fà a mene.7 >>

<< Che cos'è questa novità? Adesso, con tutti i problemi e le cose da fare ci manca pure la scomparsa di un quadro. >>

<< Ma nen è nu quadre qualsiasi, marescià. Ma còme, a te non ha mai arrivate?8 >> disse ancora Sara.

<< No, non mi risulta, anche se so tutto. Ma fatemi capire come mai può essere accaduto. >> rispose il maresciallo non del tutto convinto, ma solo per far intendere una certa accondiscendenza.

Si fece allora avanti Maria che, con un nodo in gola, cercò di raccontare tutto l'accaduto e le loro ipotesi. Il maresciallo l'ascoltò ed alla fine le rivolse uno sguardo contrito, misto a scetticismo e poi parlò, quasi come parla un padre alle proprie figlie:

<< Ma donne mie, cosa vi siete mai messe nella testa. Come potete mai supporre che un'immagine del genere e poi anche sacra, come voi dite, possa essere stata trafugata? E poi da chi e per ottenere che? >>

<< Queste nen lo poteme sapì e manche teneme quà sospette. E' pe queste che seme venute a chiede aiute a vo.9 >> rispose ancora Maria, quasi supplicando.

<< E come potete mai pretendere che noi, con tutte le cose da fare, con tutti i problemi che abbiamo da risolvere, possiamo mai trovare il tempo per dedicarci a una simile ricerca? >> sentenziò bruscamente il maresciallo.

<< Ma vo non ci stete apposta, non è a vo che nu poròme se pò rivolge pe n'aiute quann'ha bisogne?10 >> fece Margherita alla quale uno sguardo inferocito delle donne fece interrompere il fiume di parole, anzi d'invettive, che ella avrebbe voluto gettare, come un torrente impetuoso, sul maresciallo. E la sua riposta fu tempestiva e risoluta: << Non è previsto né nel codice penale né in quello civile un simile furto. E poi quale furto? Quello ipotetico da voi immaginato? Tutt'al più potete sottoscrivere una denuncia contro ignoti, così noi avvieremo le ricerche e chissà se un giorno riusciremo a cavare un ragno dal buco, ovvero un quadro dal nulla! >>

A questo punto le donne compresero che era inutile continuare ad insistere, si guardarono tra di loro e sottovoce qualcuna affermò di lasciar perdere.

Sara provò ad insistere ancora: << Marescià, allora propria nen ci sta gniente da fà?11>>

<< Mah! >> lui rispose << provate voi a fare ancora delle ricerche, chissà che non avrete fortuna. Più di quello che vi ho detto non posso proprio fare. >>

<< Va bò, allora propria nen ci sta gniente da fà.12 >> fece sconsolata Maria.

Così le donne salutarono il maresciallo e tornarono sui propri passi. Rifecero il percorso già fatto e questa volta, nel ritorno, era come se si sentissero liberate da un peso, nonostante la loro ricerca d'aiuto fosse stata inutile.

Giunsero nella piazzetta che si apriva sotto le antiche mura del paese, proprio sotto la porta orientale e lì sostarono per riposarsi. Da un lato della piazzetta si trovava un gran fontanile nel quale si portavano ad abbeverare gli animali. Al centro del fontanile vi era una cannella che zampillava acqua e sotto di essa erano stati sistemati due ferri trasversali per far posto alle conche per riempirle.

Giovanna, sporgendosi sul bordo del fontanile e allungandosi, raccolse l'acqua con il palmo delle mani, si lavò la faccia e ne bevve qualche sorso. Poi si asciugò mani e faccia con il fazzoletto che aveva nella tasca del grembiule.

Margherita, avvicinandosi le fece, sfottendola: << Giovannì, ma que t'abbòre come j'àseni?13 >> e Giovanna rispose: <<Ma statte zitta, mandomà nen me sò manche lavate la faccia…14 >> e le rivolse un sorriso, ricambiato anch'esso da Margherita.

Nel frattempo anche altre donne si avvicinarono al fontanile e bevvero anche loro, mentre un silenzio carico d'angoscia era sceso su tutto il gruppo.

Nessuna aveva il coraggio di proferire parola perché qualsiasi parola poteva sembrare inutile, anzi sconveniente.

<< E mo, que ficéme15? >> fece d'un tratto Emilia spezzando quel silenzio che sembrava impenetrabile.

<< Me sa che ju marescialle tè ragione, me sa che ci seme sbagliate veramente, se seme immaginate tutte.16 >> sentenziò Giovanna.

Margherita, senza più remore, poté finalmente sfogarsi: << Ma che stet'a dì. Ve l'èra ditte che era mejie nen pèrde tempe appresse alla legge. Sempre e sole tempe sprecate!…17 >>

<< Pecché nen jame a parlà co Don Nicola?18 >>. Dal gruppo uscì una voce flebile, la voce di Luigina, famosa nel paese per essere sempre vicina al parroco in ogni occasione.

La proposta lasciò tutte sbalordite. Nessuno ci aveva pensato ed in fondo a tutte parve alquanto ragionevole, anzi si dissero che avrebbero dovuto pensarci prima. In fondo si trattava di cose religiose e chi, se non il parroco, avrebbe potuto aiutarle.

Ma << Basta, jì me sò stufata de sentì le prediche da tutti. Ci manca pure quela de Don Nicola, mo… >> gridò Margherita. << Pe me ci tèma pensà da sole e basta. Nen ci serva nisciune, sole no poteme fà quaccosa.19>>

<< Ma Don Nicola ci ha sempre aiutate e cunsijiate alla mèjie. E pó che ci custa cercajji nu cunsijie?20 >> raccomandò Luigina.

Quasi tutte le donne annuirono, ad eccezione di Margherita che accentuò la sua espressione di rancore e di stizza. Poi, rivolta alla sua vicina, sussurrò a voce bassa: <<Ci manchéa sole sta vizzòca a cunsijiacci! Ah. Steme bòne!21>>.

Nonostante remore e rancori, senza porre ancora altro indugio, le donne s'incamminarono verso la canonica, dall'altra parte del paese. Scesero baldanzose le scale che conducevano lungo le antiche mura e raggiunsero la porta principale del paese, quella che un tempo era l'unica porta d'accesso, e lì incontrarono molte persone, soprattutto gli uomini che spesso sostavano a parlare tra loro nello spazio antistante, appoggiati al muro.

<< Ma addó iate, che è sta nuvità?22 >> fece in tono arrabbiato Pasquale, il marito di Maria.

La donna tentò di parlare con il marito, ma fu tutto inutile perché egli inveiva sempre di più contro di lei. Le altre donne, allora, in suo aiuto cercarono di farlo ragionare riassumendogli l'accaduto.

<< Ah, pover'a vo! Penzéte chiuttoste a jì a fà lo magnà, invece de pèrde tempe!23 >>

Liberatesi del controllo e della scarsa considerazione degli uomini incontrati, le donne, con fare baldanzoso e con una tenacia ancora più evidente, s'incamminarono a passo svelto e sicuro verso la chiesa.

Ad un tratto dal cielo, gonfio di nuvole minacciose, si sentirono cadere alcune gocce di pioggia.

<< Leste, movémese, prima che comenza a piove.24>> fece Gioconda.

Di corsa le donne, per non bagnarsi, si precipitarono per raggiungere la canonica, passando per quella che era chiamata la "via ritta", cioè la strada diritta, con il pavimento di ciottoli ben levigati dall'uso, che conduceva dalla porta principale fino alla piazza del paese. Giunte, si arrestarono ai piedi della scalinata che portava alla casa del parroco, adiacente alla chiesa. Il tetto della casa era un buon riparo per la pioggia che diventava sempre più forte ed insistente. Molte donne, allora, decisero di tornarsene a casa e salutate le amiche, si precipitarono verso le loro case riparandosi la testa dalla pioggia con i loro scialli. Ne rimase così soltanto un gruppetto di quelle più intenzionate a risolvere il problema.




1 Ma cosa gli diciamo al maresciallo, adesso? Che gli diciamo se non sappiamo niente, come ci potrà aiutare?

2 Non ti preoccupare, gli parliamo e sicuramente qualcosa succederà.

3 Me lo immagino… so già quello che potrà dire. Lo conosco bene io!…

4 Tu è meglio che stia zitta perché hai una lingua come quella di un serpente. Perciò è meglio che stia zitta e che lasci parlare noi.

5 Io non mi posso stare zitta, quello che devo dire lo devo dire!

6 Qualche volta si deve anche imparare a stare in silenzio.

7 Marescià, tu ci devi aiutare. Siamo venute a chiedere d'aiutarci a ritrovare il quadro della Madonna che è scomparso, non si trova più e noi non possiamo farne a meno.

8 Ma non è un quadro qualsiasi, marescià. Ma come, a te non è mai arrivato?

9 Questo non lo possiamo sapere e nemmeno abbiamo qualche sospetto. E' per questo che siamo venute a chiedere il vostro aiuto.

10 Ma voi non ci state apposta, non è a voi che un pover'uomo si può rivolgere per un aiuto quando ne ha bisogno?I. F. Inserito sul sito il 19 giugno 2020

11 Marescià, allora proprio non c'è niente da fare!

12 Va bè, allora proprio non c'è niente da fare.

13 Giovannina, ma che ti abbeveri come gli asini?

14 Ma stai zitta, stamattina non mi sono neanche lavato la faccia.

15 E adesso, che facciamo?

16 Forse il maresciallo ha ragione, forse ci siamo sbagliate veramente, ci siamo immaginato tutto.

17 Ma che state a dire. Ve lo avevo detto che era meglio non perdere tempo dietro alla legge. Sempre e soltanto tempo sprecato!…

18 Perché non andiamo a parlare con Don Nicola?

19 Basta, io mi sono stufata di sentire le prediche da tutti. Ci manca anche quella di Don Nicola, adesso!… Per me ci dobbiamo pensare da sole e basta. Non ci serve nessuno, solo noi possiamo fare qualcosa.

20 Ma Don Nicola ci ha sempre aiutate e consigliate per il meglio. E poi cosa ci costa chiedergli un consiglio?

21 Ci mancava solo questa bigotta a consigliarci! Ah, stiamo bene!

22 Ma dove andate, che è questa novità?

23 Ah, povere voi! Pensate piuttosto ad andare a far da mangiare, invece di perdere tempo!

24 Dai, muoviamoci, prima che cominci a piovere.




(Terza parte: dal parroco)



Maria allora disse: << Luigì, è mejie che ci va tu a parlà co Don Nicola, a te te dà retta! Va!1 >>. Luigina, sentendosi al centro dell'attenzione, mostrò un sorriso di sussiego.

Sara, che non voleva essere da meno e che non voleva che la situazione le sfuggisse di mano, propose di accompagnarla, insieme con Giovanna. Le altre sarebbero rimaste ad attendere il risultato del colloquio lì sulle scale.

Luigina scostò il cancelletto di ferro che sbarrava la scalinata e, arrivata alla porta, bussò attendendo una risposta.

Dopo un po' si sentì la voce di Don Nicola, lontana e fievole, che invitava ad entrare. Appena le donne furono dentro, Luigina, al cospetto del sacerdote, ripeté la formula tradizionale di saluto: << Sia lodato Gesù Cristo. >>

Il parroco era seduto dietro la sua scrivania nella stanza che si trovava di fronte all'ingresso, la quale fungeva da studio e da sala di ricevimento dei fedeli. Sulla scrivania era accumulata una certa quantità di libri e di carte. Ai lati due scaffali, anch'essi pieni di libri e di carte e qualche sedia.

Le donne si sistemarono, affaticate, sulle sedie, senza aspettare che il prete desse loro il permesso. Don Nicola rivolse loro il suo sguardo perplesso da dietro le lenti degli occhiali che si era sistemato sul naso e poi parlò:

<< A cosa devo questa visita? Vi vedo abbastanza agitate e stanche, che c'è? >>

Luigina, che si sentiva sempre più convinta del suo ruolo, riassunse in breve l'accaduto ed elencò tutte le loro supposizioni e le loro speranze.

Sara, che era stata tutto il tempo ad ascoltare, interruppe Luigina e tagliò corto: << Don Nicò, tu che ci dice, che ci cunsijie?2 >>

<< E io cosa posso mai consigliarvi, che cosa posso dirvi? Non so se avete fatto bene a rivolgervi ai carabinieri solo con ipotesi e senza prove specifiche. Dare la colpa di un furto a qualcuno non è una buona cosa. E poi chi mai potrebbe rubare questa sacra immagine che sono tanti anni che gira per le case, quasi da sola, senza che nessuno possa mai controllarne l'appartenenza e la provenienza? >> rispose Don Nicola lasciando le donne un po' perplesse.

Giovanna si permise allora di chiedere: << Ma perché, nen se sa da dó vè u quadrucce? Mica è nu peccate faju ntrà dentre casa e pó passajiu aji vecini?3 >>.

<< No, non sto dicendo che è un peccato. Anzi, vi fa onore ricercare qualcosa da venerare e da rispettare, ma non basta soltanto questo ad un buon cristiano. Ci sono tanti altri modi e doveri che molti di voi non sempre rispettano. In chiesa spesso non c'è quasi nessuno e i sacramenti sono quasi sempre dimenticati. E' inutile che ve lo ripeta, l'ho detto tante volte durante le mie prediche. >>

<< Allora che tenessamme da fà: lassà pèrde de cercà u quadrucce e pensà de cchiù a rispettà i sacramenti? Venì de cchiù alla chiesa e rispettà de cchiù le regole?4 >> chiese Sara con uno sguardo ed un tono di voce quasi alterato.

<< Ma se no seme fatte tante pe cercà u quadre è pecché credeme, pecché voleme avé la benedizione e na santa protezione pe tutte le famiglie. E' pecché credeme, Don Nicò!5>> fece Giovanna.

<< Ah, allora non mi sono spiegato bene o voi non volete capirmi fino in fondo. >> disse in modo paterno il parroco << Io dico semplicemente che voi non è che avete sbagliato, ma che questo non deve costituire un motivo per non rispettare i vostri doveri, non deve essere un alibi per credere che basti solo un atteggiamento per avere fede. La fede è una cosa seria ed anche molto impegnativa. >>

<< Queste le sapìme, Don Nicò, e cercheme pure d'èsse cchiù responsabili che poteme, pure se nen sempre ci rescìme. Ma nen è pe cattiveria o pe scarsa volontà. E' che la vita ci custringe a èsse diversi da quele che voleme e che potem'èsse.>> disse con molto trasporto Giovanna e continuò: << Steme a cercà de retrovà u quadre propria pe queste e cioè p'avé la pussibilità de crede che esiste quaccosa de nostre e sole nostre e ne ju rispette che teneme p'esse ci sta tutta la nostra fede e la nostra speranza, la speranza che la vita pòzza diventà mene dura e cchiù serena. E queste nen è nu peccate o armene se spera.6 >>

Don Nicola rimase in silenzio, perplesso nel vedere e nel sentire tanta convinzione nelle donne che mai egli aveva avuto modo di conoscere così in fondo, di percepirne così intensamente le ragioni di una fede che egli poteva anche considerare non perfetta, ma sicuramente da rispettare. Quindi non insisté più nel rimprovero, ma cercò di tranquillizzarle e di rasserenarle.

<< Io non voglio solo rimproverarvi, perché non ho nulla da rimproverare. Voglio solo cercare di farvi capire quali possono essere gli atteggiamenti migliori per essere buoni cristiani. Poi il resto va da solo. La vita può essere migliore se aiutata dalla fede, non credete? >>

<< E' pe queste che steme a cercà nu segne, u segne nostre, u quadrucce. >> cercò di concludere Giovanna. << E se steme a sbajià nen le sapìme, ma de certe steme in buona fede e Dì c'è testimone.7 >>

Fece per alzarsi pensando che ormai non ci fosse più molto da aggiungere, ma il parroco la pregò: << Non voglio che ve n'andiate pensando che io non voglia aiutarvi. Non andate pensando che io sia lontano da voi. Cercate di mantenere sempre un atteggiamento positivo nei confronti della chiesa e di chi vi consiglia per il bene. Non dovete avere risentimenti. >>

<< No, no nen seme risentite co nisciune. Pare che tutti nen vojiane capì quele che veramente voleme, pare che tutti stave attaccati aji doveri sì e nient'atre. Ma pure no teneme i doveri nostri, e teneme pure no i desideri e i bisogni nostri e pur'essi vave rispettati. Nen credi, Don Nicò?8 >> fece Giovanna, pronunciando le parole quasi miste a singhiozzi.

Le altre donne rimasero senza fiato, sbalordite sia delle parole di Giovanna che del suo comportamento che non avrebbero mai sospettato. Poi, visto che lei stava per andare via, solidali con lei, si avviarono alla porta, salutando con reverenza il parroco. Egli le accompagnò con lo sguardo e accennò un saluto con la mano, poi si alzò e le precedette sulla porta, riuscendo a dire soltanto la solita formula di rito per i saluti.

Non appena fuori sulle scale le donne che erano rimaste ad attenderle si fecero da presso e chiesero subito come fosse andato il colloquio con il parroco. Ma le tre donne non riuscirono a rispondere nulla, confuse e sconcertate.

Margherita, rompendo il silenzio che si era quindi creato nel gruppo, disse: << N'atru busce dentre all'acqua, vé? Me l'immaginea!9 >>

<< Ma per piacere, statte zitta, na bòna vòta!10 >> le intimò Giovanna non con cattiveria, ma come se volesse continuare ancora il colloquio appena concluso, come se volesse ancora dare sfogo a tutta la sua impotenza e anche alla sua coscienza che da tanto sentiva sopita dentro di sé.

Poi tornò il silenzio tra loro.

La pioggia era diventata ancora più fitta e le donne furono costrette a restare a lungo sotto la tettoia per ripararsi ed attendere il momento opportuno per uscire. Giunsero alcune, quelle che prima erano scappate via, a portare ad esse degli ombrelli per ripararsi.
Sara chiese a Giovanna: << Addó jame mo? Que ficéme?11 >>.

Le due donne si guardarono in viso senza rispondere, poi, come ispirata, Giovanna disse: << Jame a Giovanne u falegname. Ci teneame pensà prima.12 >>

Tutte conoscevano il falegname e sapevano della sua esperienza di artigiano e della sua grande abilità, ma ognuna si chiese a cosa mai potesse servire ora un'altra visita e poi soltanto ad un semplice artigiano.

<< Ma che jam'a fà?13 >> chiese Sara.
<< A domandaji se ci pò refà u quadrucce, da metteju a poste de quiju che s'ha perse. Cuscì tutte è come prima.14 >> rispose Giovanna.

La proposta lasciò le altre di stucco. Sbalordite s'interrogarono e poi si convinsero che forse Giovanna aveva ragione: un quadro sostitutivo era la soluzione migliore.

Senza aspettare smentite si avviarono insieme verso la bottega del falegname che si trovava poco distante mentre la pioggia scrosciante ritmava la loro andatura.

Giunte nei pressi della bottega chiamarono a voce alta e subito si affacciò sulla porta un signore con un trapano in mano e con una tuta da lavoro sporca di segatura.

Senza che egli potesse avere il tempo di chiedere, Giovanna gli disse:
<< Giovà, tu ci tèa aiutà: ci tèa refà u quadrucce della Madonna. Sole tu ci pó aiutà.15>>.

Il falegname le guardò stupito ed imbarazzato perché non riusciva a capire e a rendersi conto. Tanto fu il suo imbarazzo che cercò di chiedere spiegazioni. Sara, rendendosi conto della difficoltà, cercò di chiarire il tutto in poche parole e anche lei rivolse la preghiera al falegname. Aggiunse inoltre che non si sarebbe dovuto preoccupare per la spesa, problema che esse stesse avrebbero risolto.

<< Volentieri, ma tènghe tante lavore da fà, nen crede che se pò fà tante leste.16 >> cercò di giustificarsi.

<< Tu nen te preoccupà, té tutte u tempe che vó, basta che ci assicure che le fa.17 >> lo tranquillizzò Maria.

Giovanni annuì e sorrise.

<< E già che te ci trove, metteci pure San Franche n-cima aju quadre. Cuscì seme cchiù sicuri.18>> concluse Giovanna anche lei con un sorriso ancora più ampio che testimoniava una serenità ritrovata.

Le donne si guardarono e decisero di ritornare ognuna alla propria casa, ora che il loro compito pareva essere stato condotto a termine.

Aveva cessato di piovere e anzi, in lontananza tra le nubi, pareva affacciarsi uno squarcio di sereno.



1 Luigì, è meglio che vai tu a parlare con Don Nicola, a te darà retta! Va!

2 Don Nicola, tu che ci dici, che ci consigli?

3 Ma perché, non si sa da dove viene il quadro? Mica è un peccato farlo entrare dentro casa e poi passarlo ai vicini?

4 Allora cosa dovremmo fare: lasciar perdere la ricerca del quadro e dedicarci di più a rispettare i sacramenti? Venire di più in chiesa ed essere più rispettosi delle regole?

5 Ma se noi abbiamo fatto tanto per cercare il quadro è perché crediamo, perché vogliamo avere la benedizione e una santa protezione per tutte le famiglie. E' perché crediamo, Don Nicò!

6 Questo lo sappiamo, Don Nicola, e cerchiamo anche di essere più responsabili che possiamo, anche se non sempre ci riusciamo. Ma non è per cattiveria o per scarsa volontà. E' che la vita ci costringe ad essere diversi da quello che vogliamo e che possiamo essere. Stiamo cercando di ritrovare il quadro proprio per questo e cioè per avere la possibilità di credere che esiste qualcosa di nostro e solo nostro e nel rispetto che abbiamo per esso c'è tutta la nostra fede e la nostra speranza, la speranza che la vita possa diventare meno dura e più serena. E questo non è un peccato o almeno si spera.

7 E' per questo che siamo alla ricerca di un segno, il nostro segno, 'u quadrucce. E se stiamo sbagliando non lo sappiamo, ma certo siamo in buona fede e Dio c'è testimone.

8 No, noi non siamo risentite con nessuno. Tutti sembra che non vogliano capire quello che veramente vogliamo, tutti sembrano legati ai propri doveri e nulla più. Ma anche noi abbiamo i nostri doveri, e abbiamo anche i nostri desideri e i nostri bisogni e anch'essi vanno rispettati. Non credi Don Nicola?
9 Un altro buco nell'acqua, vero? Me lo immaginavo!

10 Ma per piacere, stai zitta una buona volta!

11 Dove andiamo, ora? Che cosa facciamo?

12 Andiamo da Giovanni il falegname. Avremmo dovuto pensarci prima.

13 Ma che andiamo a fare? 

14 A domandargli se ci può rifare il quadro, da sostituirlo a quello che si è perso. Così tutto tornerà come prima.
15 Giovanni, tu ci devi aiutare: ci devi rifare il quadro della Madonna. Solo tu ci puoi aiutare.

16 Volentieri, ma ho tanto lavoro da sbrigare, non credo che si possa fare tanto presto.

17 Tu non preoccuparti, hai tutto il tempo che vuoi, basta che ci assicuri che lo farai.

18 E già che ti ci trovi, aggiungi pure S. Franco nella parte superiore del quadro. Così siamo più sicuri.





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